Browsing Category La scuola: dalla sera alla mattina

C’era – una volta – la scuola serale.

La fabbrica prende, la fabbrica dà.

Contratti di tre mesi uno due poi rinnovo magari sospendo non si preoccupi prof comunque in prova può essere che dopo comunque nel frattempo.
Turni di due di tre poi si cambia ma forse la giornata però a sei ore vediamo otto ore e poi le notti se mi chiedono vuoi mettere a quanto le pagano le notti in fondo è soltanto da stare svegli le notti – o no.
I permessi per continuare a frequentare?

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Non a sarò a scuola domani.

Non sarò a scuola, domani. 
Post di sciopero.

Dal 1961 al 2001 c’è stata la più lunga e clamorosa delle rivoluzioni della storia italiana. Per quarant’anni, migliaia di persone hanno imbracciato penna, gesso e registro, e per ogni giorno della loro vita hanno fatto quello in cui nessun altro (né eserciti, né governi, né fabbriche) era riuscito: costruire un paese intero. 
Cioè dare alle teste di quel paese una struttura comune, un terreno di parità – che, poi, vuol dire anche un piano di confronto. 
In termini pratici, questo significa che se tu dici “Divina Commedia”, o “acido desossiribonucleico”, o “teorema di Pitagora”, o “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, da Nord a Sud e da Est a Ovest gli interlocutori sanno di che cosa si sta parlando. Certo, chi più chi meno (occhi lucidi, sguardi sbarrati ed espressioni di schifo a parte: questo non è un discorso di percezione), con nostalgia o balbettando – ma: ce l’hanno. Lo sanno. Fa parte di loro.

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La scuola: un atto politico.

Quando nella mia classe di adulti lavoratori leggiamo insieme Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello e alla fine gli chiedo: che ne pensate, e loro mi rispondono: che anche noi rischiamo di diventare così, e a volte siamo già così, sacripante guai finire così – io sto facendo un atto politico. 
Quando seleziono i titoli degli articoli da spedirgli in mailing list, perché ci pensino su prima di venire in classe (e i titoli sono, per esempio: “Muri del mondo” o “Perché la festa delle donne” o “Volevo solo vivere – Liliana Segre racconta”): io sto facendo un atto politico. 
Quando discutiamo de I fantasmi di Porto Palo; quando ogni singolo respiro si sente grattare nel silenzio tombale dell’aula alla fine del primo capitolo de L’ordine del giorno di Eric Vuillard; quando davanti al grafico dei risultati delle votazioni del ’46, alla voce “Partito dell’uomo qualunque” scoprono l’incredibile risultato del 5,3% dei voti, pari a trenta seggi trenta dentro il primo governo italiano dopo tutto il casino della guerra mondiale – ecco: io-loro stiamo facendo un atto politico. 
Quando nelle classi del mattino abbiamo fatto incontrare ai ragazzi: ispettori postali, profughi, carcerati, lavoratori, addetti alla sicurezza. Ecco: sono stati tutti atti politici.

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Un genio.

“…e messi in un vasel ch’ad ogni vento/per mare andasse al voler vostro e mio…”
– Non ci credo!
(Prima fila, lato sinistro).
– Ma questo è un genio: non ci credo…
– Rileggo?
– ah, sì! Devo sentirlo di nuovo!
– “…e messi in un vasel ch’ad ogni vento/per mare andasse al voler vostro e mio…”
– Quando è morto?!
-1321.
– Sì, ma quanti anni?
(Qualcuno fa la conta: cinquant’ e…)
– Non ci credo… Si sente il vento.
– Sì…?
– le “v”: si sente il vento. E il mare!! s…s…s…
Ride.
– Ma non poteva aspettarmi, uno così, che me lo sposavo subito? un genio… il mare…

Lei: ha vent’anni.
(La scuola, la sera)

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La verità, vi prego, sulla verità!

È talmente fondamentale, che la notizia – già in sordina al mattino – ha continuato a scivolare giù giù, e la sera era praticamente scomparsa dalle testate on line.
Dice Valeria Fedeli, Ministro della Pubblica Istruzione, che siamo in un guaio: i ragazzi non riconoscono le fake.

Dice che: sì, è un problema.
Dice che: sì, la soluzione c’è.
Dice questo, dice, che la questione sarà:
«La certificazione del vero non solo delle informazioni ma anche dei contenuti che si trovano nel digitale»

No, non sono arrabbiata.
È che resisterò. Tutto qui.

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Addio scuola.

In terza elementare, per la prima volta, ho imparato cosa vuol dire la differenza. La maestra, appena cambiata, faceva parte di una vecchia guardia che al tempo sembrava in via d’estinzione: donne sempre molto anellate, sempre molto abbronzate, profumate e laccate, sempre e solo completini sartoriali acquistati nelle due boutique del centro storico, De Castello e Tonegutti.
Una tipologia facilmente riscontrabile nelle piccole province, dove il microcosmo amplifica sempre il peso del ruolo.

La maestra sapeva bene chi era figlio di chi, e chi no. Mica che servissero i megafoni. Era da sottili distinzioni (il posto del banco, una frase chiusa più e meno bruscamente, chi chiamare a leggere a voce alta, di chi elogiare il tema… ) che apprendemmo, a nostre spese e all’inizio a nostra insaputa, che esisteva una differenza tra la figlia del capo dei vigili e la figlia di una donna delle pulizie.

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della Maturità, della vulnerabilità.

Com’ero io, il pomeriggio prima della Maturità?
Vulnerabile, come tutti.
A ripassare con un’ansia solida, in un tempo solido, materie che andavano inchiodate nella memoria (se poi non mi viene niente? se mi dimentico tutto?) prima che se ne scappassero via. E allora bisognava mettere paletti, crocifiggerle dentro la testa in formule, epigrammi, distillati.
(Montale: oscuro simbolismo analogia cocci aguzzi di bottiglia muro mare. Varco)
Io stavo seduta dietro la porta a vetri della Biblioteca Civica. C’era sempre il quadro angosciante di Masi Simonetti (che non aiutava). C’era la sensazione di una certa – pura – solitudine (troppo simbolismo, troppe ellissi, troppo ascolto di “La morte e la fanciulla”).
Il mio, di varco, era quel vetro. Lo stesso a cui penso, oggi.

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