L’ultimo cucchiaio della marmellata che mi hai regalato. Faccio colazione pensando a quando arriverà – perché: arriverà. Allora mangio il pane quasi con foga, tra impaurimento e stanchezza.
Noi siamo quelli che non esistono. Non abbiamo genitori che minaccino il pandemonio. Non abbiamo numeri per fare la differenza. Non siamo nemmeno un immaginario, al massimo facciamo un titolo esotico sui giornali qualche volta, o uno sberleffo nella bocca di un ministro.
Quando nella mia classe di adulti lavoratori leggiamo insieme Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello e alla fine gli chiedo: che ne pensate, e loro mi rispondono: che anche noi rischiamo di diventare così, e a volte siamo già così, sacripante guai finire così – io sto facendo un atto politico. Quando seleziono i titoli degli articoli da spedirgli in mailing list, perché ci pensino su prima di venire in classe (e i titoli sono, per esempio: “Muri del mondo” o “Perché la festa delle donne” o “Volevo solo vivere – Liliana Segre racconta”): io sto facendo un atto politico. Quando discutiamo de I fantasmi di Porto Palo; quando ogni singolo respiro si sente grattare nel silenzio tombale dell’aula alla fine del primo capitolo de L’ordine del giorno di Eric Vuillard; quando davanti al grafico dei risultati delle votazioni del ’46, alla voce “Partito dell’uomo qualunque” scoprono l’incredibile risultato del 5,3% dei voti, pari a trenta seggi trenta dentro il primo governo italiano dopo tutto il casino della guerra mondiale – ecco: io-loro stiamo facendo un atto politico. Quando nelle classi del mattino abbiamo fatto incontrare ai ragazzi: ispettori postali, profughi, carcerati, lavoratori, addetti alla sicurezza. Ecco: sono stati tutti atti politici.