Policoro. Un orso, una dea.

Policoro, Museo della Siritide. 
Nulla è mai (solo) quello che sembra. 
Un osso è stato una vita, un frammento è stato un vaso, un muro è stato una casa. 
Bisogna avere la pazienza di ricollocare tutto, pezzo per pezzo, profondità per superficie.

La comprensione è un esercizio di minimi movimenti: silenzio, ascolto, 
riprogrammazione di varianti e apertura di nuove intuizioni.
La distanza è una prova per l’umiltà. 
Non esiste approssimazione senza studio.

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Come.

“Come si può combattere un nemico che è del tutto irrazionale e imprevedibile – e che però, in virtù della sua forza animalesca e delle circostanze, ha conseguito un potere spaventoso?” 
John Williams, Augustus

(nella foto: particolare da pavimento. Museo Archeologico Nazionale di Taranto – MARTA)

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Da una panchina all’abisso.

…e pensare che è cominciato tutto dalle panchine. 
Bisogna impedire ai poveretti di dormirci, disse qualcuno nel profondo Veneto (perchè i poveretti, si sa, vederseli in giro fa sempre un certo che). E si cominció a tirare il capitone dalla coda. Lentamente. Passo dopo passo. All’indietro, dalle profondità degli abissi dove era stato spedito solo qualche decennio prima – fino alla luce. 
Segare le panchine perchè i disgraziati non ci si potessero stravaccare (raffinato, in fondo, il ragionamento: togliere. fine. via tutti. eradere. rauss. piallare. 
Non: aiutare 
Non: risolvere 
Non: comprendere 
Non: rispettare). 
E così fu che ci abituammo all’ordine: un solo culo per seduta, un solo gomito per bracciolo, un solo zaino per spalliera. Limitrofi, ma addomesticati alla separazione omeopatica – lì, dove prima e culi e ginocchia e braccia distese di bambino e valigie messe in pizzo e dammi un pezzo di angolo e dai che se ci stiamo in tre si sta pure in quattro. 
Cominció così, e in pochi si resero conto che nello spuntare dal nulla di un semplice poggiagomito si realizzava una delle più oculate spallate all’umanità.
(Poi furono: il cibo per i bambini alle mense, i posti nelle case popolari, i proiettili sparati a vanvera, le pagelle cucite sulle giacche annegate, i porti chiusi).

(Ma tutto questo, in fondo, era già contenuto in quel primo atto di guerra civile. Cancellare gli ultimi. Cancellare gli altri. Cancellare).

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Non a sarò a scuola domani.

Non sarò a scuola, domani. 
Post di sciopero.

Dal 1961 al 2001 c’è stata la più lunga e clamorosa delle rivoluzioni della storia italiana. Per quarant’anni, migliaia di persone hanno imbracciato penna, gesso e registro, e per ogni giorno della loro vita hanno fatto quello in cui nessun altro (né eserciti, né governi, né fabbriche) era riuscito: costruire un paese intero. 
Cioè dare alle teste di quel paese una struttura comune, un terreno di parità – che, poi, vuol dire anche un piano di confronto. 
In termini pratici, questo significa che se tu dici “Divina Commedia”, o “acido desossiribonucleico”, o “teorema di Pitagora”, o “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, da Nord a Sud e da Est a Ovest gli interlocutori sanno di che cosa si sta parlando. Certo, chi più chi meno (occhi lucidi, sguardi sbarrati ed espressioni di schifo a parte: questo non è un discorso di percezione), con nostalgia o balbettando – ma: ce l’hanno. Lo sanno. Fa parte di loro.

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La scuola: un atto politico.

Quando nella mia classe di adulti lavoratori leggiamo insieme Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello e alla fine gli chiedo: che ne pensate, e loro mi rispondono: che anche noi rischiamo di diventare così, e a volte siamo già così, sacripante guai finire così – io sto facendo un atto politico. 
Quando seleziono i titoli degli articoli da spedirgli in mailing list, perché ci pensino su prima di venire in classe (e i titoli sono, per esempio: “Muri del mondo” o “Perché la festa delle donne” o “Volevo solo vivere – Liliana Segre racconta”): io sto facendo un atto politico. 
Quando discutiamo de I fantasmi di Porto Palo; quando ogni singolo respiro si sente grattare nel silenzio tombale dell’aula alla fine del primo capitolo de L’ordine del giorno di Eric Vuillard; quando davanti al grafico dei risultati delle votazioni del ’46, alla voce “Partito dell’uomo qualunque” scoprono l’incredibile risultato del 5,3% dei voti, pari a trenta seggi trenta dentro il primo governo italiano dopo tutto il casino della guerra mondiale – ecco: io-loro stiamo facendo un atto politico. 
Quando nelle classi del mattino abbiamo fatto incontrare ai ragazzi: ispettori postali, profughi, carcerati, lavoratori, addetti alla sicurezza. Ecco: sono stati tutti atti politici.

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Missiroli, Fedeltà. L’amore in un tempo poco eroico.

Che cos’è l’amore, nel tempo della disgregazione sociale? E come sta, l’amore, in un’epoca a strapiombo sulla crisi, nella quale ogni singolo respiro ha un costo (e dunque un prezzo)?

Oggi, che l’intero sistema dei valori, quando non ha direttamente capitolato, scricchiola, e ciò che resta si trova brutalmente assediato da nuove sacralità effimere (il corpo esibito al posto della bellezza, l’incompetenza rivendicata in vece del sapere, l’incoerenza spregiudicata e strategica in sostituzione dell’etica, per dirne solo alcune), non possono certo i legami più profondi pensare di non rimanere scalfiti dal tempo presente.

Così non è un caso che il nuovo libro di Marco Missiroli, Fedeltà, pubblicato da Einaudi, vada a pescare proprio in quel grumo di relazioni che è la famiglia, stanandone con freddezza contraddizioni, apparenze e, soprattutto, compromessi cruenti.

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Puig, la donna ragno e lo smottamento emotivo. Una rilettura.

Quando per primo un uomo dedicò del tempo a realizzare qualcosa di non immediatamente utile, si compì uno scatto di non ritorno per l’intera umanità.

In un mondo che possiamo supporre non certo più facile di quello di oggi, quel gesto – l’impressione delle proprie mani su una parete, la riproduzione della silhouette di un animale da affrontare nella caccia, levigare una forma in un pezzo di pietra – fu una rivoluzione grandiosa, epocale quanto la scoperta del fuoco, della coltivazione, e, più tardi, della scrittura: per la prima volta, l’essere umano stava sentendo l’esigenza di formare una immagine di sé, da lasciare “dopo” e verso la quale poter tornare a guardare.

Stava, cioè, iniziando a parlare alla propria anima – diventando umano.

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Spendibilità della bellezza.

Il fatto che, esposti alla bellezza, non si possa rimanere uguali a sé stessi, è, in effetti, un pensiero eversivo. Immagino sia questo a muovere, in questo momento storico, così tanti sforzi in nome dell’utile e dell’immediatamente spendibile. Ciò che è spendibile presto scompare e si azzera, senza alcuna possibilità di scarto dal destino.

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Breve storia de El tipo. (Con morale triste).

Nel 199* arrivò sull’acropoli di montagna uno spettacolo di tango – il primo del genere ad arrischiarsi a risalire su per il passo Fadalto. La compagnia era stata invitata in cartellone dal Circolo Culturale, la più prestigiosa e antica istituzione musicale del paesello.
C’erano i musicisti, c’erano le coppie, c’erano le luci i costumi le coreografie. C’era, insomma, una storia. 
Nessuno aveva mai visto una cosa del genere in provincia, prima: un’ora e un quarto di tempi rubati, accenti spostati come un sospiro, strappate, pause, archetti mantici tastiere e un suono sporco e drammatico, umanissimo. 
E poi c’era il ballo.

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