Addio scuola.

In terza elementare, per la prima volta, ho imparato cosa vuol dire la differenza. La maestra, appena cambiata, faceva parte di una vecchia guardia che al tempo sembrava in via d’estinzione: donne sempre molto anellate, sempre molto abbronzate, profumate e laccate, sempre e solo completini sartoriali acquistati nelle due boutique del centro storico, De Castello e Tonegutti.
Una tipologia facilmente riscontrabile nelle piccole province, dove il microcosmo amplifica sempre il peso del ruolo.

La maestra sapeva bene chi era figlio di chi, e chi no. Mica che servissero i megafoni. Era da sottili distinzioni (il posto del banco, una frase chiusa più e meno bruscamente, chi chiamare a leggere a voce alta, di chi elogiare il tema… ) che apprendemmo, a nostre spese e all’inizio a nostra insaputa, che esisteva una differenza tra la figlia del capo dei vigili e la figlia di una donna delle pulizie.

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Istruzioni per il mondo di oggi. Ovvero: nove motivi per cui “La scuola cattolica” è un libro importante. Anzi: fondativo.

Se almeno una volta in vita vi è capitato di aprire un giornale e non capire. Se ve lo siete chiesti, che ci fate, a girare pagina col caffè che si fredda in mano tra bagni di sangue e di lacrime, banche che saltano, miserie improvvise, donne stuprate sfregiate fatte a pezzi, bambini infilzati, preti macellati e preti di occhio vischioso, parole che abdicano dal loro significato e fuggono nelle periferie del senso, violenze esibite a fianco di immancabili tette culi e (poco) rock ’n’ roll. Ecco, se questa vertigine da scollamento l’avete anche solo sfiorata, siete pronti per “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati.

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della Maturità, della vulnerabilità.

Com’ero io, il pomeriggio prima della Maturità?
Vulnerabile, come tutti.
A ripassare con un’ansia solida, in un tempo solido, materie che andavano inchiodate nella memoria (se poi non mi viene niente? se mi dimentico tutto?) prima che se ne scappassero via. E allora bisognava mettere paletti, crocifiggerle dentro la testa in formule, epigrammi, distillati.
(Montale: oscuro simbolismo analogia cocci aguzzi di bottiglia muro mare. Varco)
Io stavo seduta dietro la porta a vetri della Biblioteca Civica. C’era sempre il quadro angosciante di Masi Simonetti (che non aiutava). C’era la sensazione di una certa – pura – solitudine (troppo simbolismo, troppe ellissi, troppo ascolto di “La morte e la fanciulla”).
Il mio, di varco, era quel vetro. Lo stesso a cui penso, oggi.

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L’arte del sussurro. Ovvero: delle nuove frontiere di disconnessione sociale

«ASMR»
dice.
«Che?»
Siamo in cinque: tolti i suoi, fanno otto occhi a padella intorno a un tavolo.

Mia sorella tecnologica è sempre stata proiettata avanti (per dire: della sindrome di Hikikomori mi ha spiegato cosa e come, prima ancora che ne incrociassi il mio primo caso scolastico; e, se sono corsa a vedere Nausicaa nella Valle del Vento, e tutto Miyazaki, è perché mi ci ha spedita lei).
Insomma: è la ragazza più contemporanea che io abbia mai conosciuto.
Ma quando ieri è uscita la storia dell’ASMR, giuro, non volevo crederci.

In breve ci spiega, a noi attorno al tavolo, che esiste gente che campa di sussurri.

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Maria Nieves: un abbraccio. Y nada mas.

«Io sono la più antica di tutte le ballerine di tango»
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Lucia scatta esattamente come un punto alla frase.
Che è perfetta: finale e drammatica, come un paradigma.

Maria Nieves, le gambe del tango, così come l’hanno chiamata per decenni, le gambe ce le ha ancora belle: la caviglia sottile, la linea affusolata, il gesto morbido e vitale. Accavalla e scavalla come se fossimo al Ritz – invece siamo su una panchina di plastica qualsiasi, e alle spalle abbiamo uno stanzone al Dorrego pieno di pezzi che non vanno uno con l’altro.

«Prima di me era l’epoca del canyengue: le donne erano sottomesse. Si appoggiavano. Rispettavano. Bah…»

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P di Pasqua. P di Pound. P di perché.

Il sabato di Pasqua, in piazza, c’è il sole.
E ci sono i poliziotti in tenuta antisommossa, e il cellulare parcheggiato dal lato opposto. E c’è pure la pattuglia.
Conto: sei, sette, otto mitra imbracciati – le facce serie. Poi altri tre, senza mitra, un poco più avanti.
Il sabato di Pasqua c’è il mercato, e tutti si muovono.
«E’ per farci sentire più sicuri»
dice, convinta, una commessa nel negozio di vestiti. Io penso: sicuri da che? Poi esco e faccio il giro largo.
A metà piazza lo vedo: il banchetto. Le tartarughe orizzontali che navigano sul fondo nero. E: le facce. Tutti maschi, tutti giovanotti, tutti senza sorriso, tutti rasati, tutti vestiti di nero.
Porca merda.

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…e quello che è arrivato

Ventuno settimane dopo, più una di pausa natalizia, la stazione è infine arrivata.

Il macchinista è uno tosto: solo uno ostinato e limpido poteva permettersi di regalarmi un viaggio così. Tra nebbie, salite e scollinamenti, non si è mai fermato: ha scalato le marce, tutte quelle che c’erano a disposizione, ed è andato dritto alla fine.

(Grazie, Giulio. Altro non mi viene, nel senso proprio, più profondo e antico: gratiam agere).

 

Scendo. E guardo indietro, sui binari.

Qualche storia, almeno, va ricapitolata.

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Falta EL mejor, quella volta con Felix Picherna.

Possiamo anche chiamarla coincidenza. Destino.

Forse, non è che una di quelle silenziose fatalità che si rincorrono nella vita di una persona, sino ad accompagnarla proprio là dove qualcosa la chiama.

Ne è consapevole, Felix Picherna, quando ricorda il suo passato di strillone di giornale: Buenos Aires, 1943. A otto anni, il monello che “pensava solo al pallone” percorreva le vie dei quartieri centrali vendendo i suoi giornali a una clientela che ancora non sapeva tanto speciale: davanti ai suoi occhi, ad aprire gli augusti borsellini erano distinti signori che si chiamavano Juan D’Arienzo, Annibal Troilo, Marino e Fiorentino.

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