Posts Written By Michela Fregona

Lettera da una attesa.

Don Osvaldo, mi perdoni subito: non è una assoluzione quella che chiedo. Solo, un po’ di silenzio condiviso.
Lo so, lo so. Non ha nemmeno da aprire bocca: è evidente che siamo in tanti a tirarla per la giacchetta, in questo momento. E però con qualcuno bisognerà ben condividerla, questa cosa qui, che non c’è coraggio che tenga di dirla per dritto. Non serve neanche andare a scomodare Jorge Luis: si sa che le parole fondano il mondo. Una volta dette, esistono, e con loro anche tutto quello che si portano dietro. E queste, lo sappiamo entrambi, sono parole deformanti, da cui non si torna: nessuno, del resto, poteva immaginarsi che si sarebbero messe di nuovo in fila in questo modo micidiale.

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Manuzio fecit. Per nostra fortuna. Parola di Marzo Magno.

Se oggi le storie possono seguirci per qualsiasi stanza della casa e in qualsiasi luogo della nostra vita.
Se possiamo prendere le misure del perimetro mentale di un libro andando a consultarne l’indice.
Se sappiamo esattamente a che punto stiamo, tra un prima e un dopo, semplicemente guardando la numerazione delle pagine.
Se, mentre seguiamo il testo, respiriamo insieme a lui attraverso punti, virgole, apostrofi.
Se, in traduzione, ci aiutiamo con l’originale a fronte, saltando in orizzontale tra i fogli appaiati.
Se, perfino, leggiamo in silenzio. E lo facciamo non solo e soltanto per studio o per compito, ma per il piacere stesso della storia, in un dialogo intimo tra ciò che sta scritto e noi stessi.

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Il mondo vivente e Giulio Mozzi

Esiste una verità degli oggetti che attraversa il tempo e crea precisi ancoraggi con ciò che abbiamo vissuto, che restituisce memoria di luoghi nei quali ci siamo fermati, di persone che abbiamo avuto sodali, di vicinanze che sono state, scelte fatte, suoni. Al di là, anche, di quella che può strettamente essere la loro funzione.

L’anima delle cose che ci circondano sta per larga parte nel nostro sguardo, ma vive nell’ordine che gli diamo, nella gerarchia delle affezioni di cui sono intrise e perfino nella collocazione con cui le infiliamo nei cassetti.

Così è che, mentre stanno disposti in una casa, gli stessi oggetti acquisiscono un senso (una luce, quasi), che cambia totalmente a incontrarli in un negozio o in un mercato: l’usura non appartiene soltanto allo stato di conservazione; sono le storie che li attraversano, e il nostro esserne coscienti, che costituisce un loro carattere, una invisibile sostanza – emotiva – provvisoria.

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C’era – una volta – la scuola serale.

La fabbrica prende, la fabbrica dà.

Contratti di tre mesi uno due poi rinnovo magari sospendo non si preoccupi prof comunque in prova può essere che dopo comunque nel frattempo.
Turni di due di tre poi si cambia ma forse la giornata però a sei ore vediamo otto ore e poi le notti se mi chiedono vuoi mettere a quanto le pagano le notti in fondo è soltanto da stare svegli le notti – o no.
I permessi per continuare a frequentare?

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Ama e sopravvivi. L’eredità dei vivi di Federica Sgaggio.

L’enormità della vita.
L’enormità del dolore.
La tenacia, la resistenza. La sopraffazione.
E poi, ancora, il combattimento.
L’impegno (fisico, corporeo, materiale) per la dignità, il riconoscimento, il senso comune.
I muscoli: quelli di una lingua levigata a suon di lima, mai indulgente, vivida. Una lingua capace di avvolgere, scavare, non consolatoria, a tratti sferzante, ironica di una ironia ribalda e non riducibile, antitetica rispetto a qualsiasi forma di moralismo.  

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