Browsing Category Le mie recensioni

Recensioni pubblicate qua e là

Manuzio fecit. Per nostra fortuna. Parola di Marzo Magno.

Se oggi le storie possono seguirci per qualsiasi stanza della casa e in qualsiasi luogo della nostra vita.
Se possiamo prendere le misure del perimetro mentale di un libro andando a consultarne l’indice.
Se sappiamo esattamente a che punto stiamo, tra un prima e un dopo, semplicemente guardando la numerazione delle pagine.
Se, mentre seguiamo il testo, respiriamo insieme a lui attraverso punti, virgole, apostrofi.
Se, in traduzione, ci aiutiamo con l’originale a fronte, saltando in orizzontale tra i fogli appaiati.
Se, perfino, leggiamo in silenzio. E lo facciamo non solo e soltanto per studio o per compito, ma per il piacere stesso della storia, in un dialogo intimo tra ciò che sta scritto e noi stessi.

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Il mondo vivente e Giulio Mozzi

Esiste una verità degli oggetti che attraversa il tempo e crea precisi ancoraggi con ciò che abbiamo vissuto, che restituisce memoria di luoghi nei quali ci siamo fermati, di persone che abbiamo avuto sodali, di vicinanze che sono state, scelte fatte, suoni. Al di là, anche, di quella che può strettamente essere la loro funzione.

L’anima delle cose che ci circondano sta per larga parte nel nostro sguardo, ma vive nell’ordine che gli diamo, nella gerarchia delle affezioni di cui sono intrise e perfino nella collocazione con cui le infiliamo nei cassetti.

Così è che, mentre stanno disposti in una casa, gli stessi oggetti acquisiscono un senso (una luce, quasi), che cambia totalmente a incontrarli in un negozio o in un mercato: l’usura non appartiene soltanto allo stato di conservazione; sono le storie che li attraversano, e il nostro esserne coscienti, che costituisce un loro carattere, una invisibile sostanza – emotiva – provvisoria.

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Ama e sopravvivi. L’eredità dei vivi di Federica Sgaggio.

L’enormità della vita.
L’enormità del dolore.
La tenacia, la resistenza. La sopraffazione.
E poi, ancora, il combattimento.
L’impegno (fisico, corporeo, materiale) per la dignità, il riconoscimento, il senso comune.
I muscoli: quelli di una lingua levigata a suon di lima, mai indulgente, vivida. Una lingua capace di avvolgere, scavare, non consolatoria, a tratti sferzante, ironica di una ironia ribalda e non riducibile, antitetica rispetto a qualsiasi forma di moralismo.  

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Caparros. Todo por la patria?

C’è una parola precisa per indicare, nel gergo del tango, quel personaggio che ha più velleità che lavoro, più illusioni che prospettive, più inerzia che reazione: quel termine è atorrante. Il nome di chi, nonostante gli sforzi, non ce l’ha fatta, e si ritrova a penare da immigrato il proprio destino: l’epiteto che circoscrive un crinale di povertà facilissimo da imboccare per masse inurbate, che campano da perdigiorno, ostaggio di crisi ogni due per tre, senza un grande futuro davanti.

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I giorni del giudizio: Simi e l’arte del dubbio.

Nulla è mai soltanto ciò che appare.

Se c’è un monito che scorre sottotraccia lungo le pagine dell’ultimo romanzo di Giampaolo Simi è proprio questo: un invito all’esitazione. Niente come cedere alle lusinghe dell’apparenza può in effetti rivelarsi tanto ingannevole in un momento storico come questo, in cui la manipolazione del reale e la rappresentazione pubblica del privato sono i canali comunicativi di una società affetta da ansia di semplificazione.

E questo risulta chiaro da subito: perché I giorni del giudizio (Sellerio) – che in esordio, prima ancora del prologo, trascina i suoi lettori dentro il perimetro di un duplice omicidio – sotto le sembianze di un romanzo giallo è anche una riflessione indotta sulla difficoltà di capire davvero ciò che ci accade intorno, ciò che siamo, e persino (e soprattutto) ciò che vediamo.    

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Riparare la memoria: Silvia Dai Pra’ torna in Istria.

Limitrofo è un parola che nasce meticcia, mezzo latina e mezzo greca, e ingloba dentro di sé i concetti di confine e di nutrimento; per scovarne le origini bisogna risalire fino al Tardo Impero: lì, lungo quella incredibile macchina di inerzia bellica che tra avamposti muri ed empori volanti segnava la fine del territorio di Roma, limitrofe erano le terre intorno al limes, quelle da cui arrivavano cibo e vettovagliamenti per le truppe di stanza.
Conosciuto e sconosciuto, abitante e ospite, autoctono e straniero sono tutte categorie che, in questo spazio, hanno una lettura complessa e una natura labile e stratificata: cosa è l’identità, cosa sono le radici, cosa la lingua, infatti, se già l’aggettivo che definisce il luogo della frontiera contiene in sé, insieme, le idee di mescolanza, vicinanza e nutrimento?

Limitrofo è il luogo di chi assomiglia ma non è identico, di chi si conosce ma non del tutto, di ciò in cui ci si rispecchia ma che mantiene alterità.
Limitrofo è anche il territorio del dubbio possibile: quanto, davvero e in profondità, siamo in grado di comprendere chi ci sta accanto?

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Giulio Mozzi: l’Oracolo manuale.

Insegnare senza far percepire fatica, si sa, è una faccenda piuttosto complicata. Insegnare con leggerezza lo è ancora di più. Ma insegnare riuscendo anche a strappare un sorriso: beh, questa è cosa in cui davvero pochi riescono.

Quando per di più si voglia far passare la materia con puntiglio, precisione, e per scritto – cioè: senza la quadrimensionalità di un rapporto umano in presenza, ma affidandosi alla nuda carta – l’unica è raccomandarsi a qualche divinità superiore.

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Borges e il tango: un disamore senza fine.

Non ci fosse il nome di Jorge Luis Borges, dietro la storia de Il tango, pubblicato nella Piccola Biblioteca Adelphi, si potrebbe pensare a una catena di coincidenze creata ad arte, poiché sono davvero rari i casi di ostinazione alla sopravvivenza come quella manifestata dal corpus di registrazioni che ha attraversato mezzo secolo, due continenti, almeno quattro abitazioni private e svariati proprietari prima di diventare quello che è ora materia pubblica di carta, riflessione e studio.

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