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L’arte del sussurro. Ovvero: delle nuove frontiere di disconnessione sociale

«ASMR»
dice.
«Che?»
Siamo in cinque: tolti i suoi, fanno otto occhi a padella intorno a un tavolo.

Mia sorella tecnologica è sempre stata proiettata avanti (per dire: della sindrome di Hikikomori mi ha spiegato cosa e come, prima ancora che ne incrociassi il mio primo caso scolastico; e, se sono corsa a vedere Nausicaa nella Valle del Vento, e tutto Miyazaki, è perché mi ci ha spedita lei).
Insomma: è la ragazza più contemporanea che io abbia mai conosciuto.
Ma quando ieri è uscita la storia dell’ASMR, giuro, non volevo crederci.

In breve ci spiega, a noi attorno al tavolo, che esiste gente che campa di sussurri.

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P di Pasqua. P di Pound. P di perché.

Il sabato di Pasqua, in piazza, c’è il sole.
E ci sono i poliziotti in tenuta antisommossa, e il cellulare parcheggiato dal lato opposto. E c’è pure la pattuglia.
Conto: sei, sette, otto mitra imbracciati – le facce serie. Poi altri tre, senza mitra, un poco più avanti.
Il sabato di Pasqua c’è il mercato, e tutti si muovono.
«E’ per farci sentire più sicuri»
dice, convinta, una commessa nel negozio di vestiti. Io penso: sicuri da che? Poi esco e faccio il giro largo.
A metà piazza lo vedo: il banchetto. Le tartarughe orizzontali che navigano sul fondo nero. E: le facce. Tutti maschi, tutti giovanotti, tutti senza sorriso, tutti rasati, tutti vestiti di nero.
Porca merda.

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