Il resto di un certificato

Sono usciti i certificati.
Dai cassetti, dalle carte che per mesi non ho avuto la forza di mettere in ordine, dalle borse.
Sei in tutto, anche se erano di più. Qualcuno si è perso per strada.

Così l’anno che è stato rigurgita sui numeri messi in fila dei giorni accuratamente rimossi.



Il primo, spiegazzato, è di settembre. Ci sono il mio nome e cognome scritti a penna, il codice fiscale, nato a, la data.
NEGATIVO
(io nella sala d’attesa. Insieme a me un collega bardato, seduto vicino alla finestra spalancata. Fa già freddo. I giornali titolano che gli insegnanti non vogliono fare il sierologico, il governo dichiara che il sierologico non è determinante, una parte dei medici lo dice pure, la Regione ha già comperato le dosi, altri medici si allineano alla ragione della Regione, i genitori sul piede di guerra non sentono comunque ragioni. Il ridicolo: le rime buccali, i banchi a rotelle, il corso sicurezza in cui raccomandano di lasciare in quarantena i temi prima di correggerli. Ridicolo e spaventoso).

Il secondo è dell’inizio di ottobre. A penna solo il mio nome e cognome, ha effettuato in data.
NEGATIVO
(la telefonata della ragazzina, ma come stai, e la mamma, poi chiama la collega della sicurezza, hai saputo, poi la chat, tutti in fila di pomeriggio, c’è il sole ma che freddo, non scendete dalle auto, la vicepreside dirige il traffico, ci guardiamo dai finestrini, guida A. e io cerco di stargli seduta più lontana possibile – ma che cretina, mi dico: se non lo hai preservato fino ad ora, non sarà certo in questo momento).A lezione, la sera, siamo degli stracci.

Il terzo, il richiamo.
NEGATIVO
(c’è quella cosa che poi cambiano la sede per fare i tamponi, e una riga diversa sulla comunicazione qua in montagna è la distanza tra luogo raggiungibile oppure no, perché esiste anche chi la macchina non ce l’ha, e prova tu ad andare al drive-in sui tuoi piedi a nove chilometri di distanza sul ciglio della statale. La chat esplode di sabato. Ma possiamo salire in macchina anche se non siamo parenti? Chi porta chi. I silenzi. La tensione. Si odiano. Mi odiano. Ci odiano).
Nel frattempo, comunque, a casa dei tuoi non ci andare.

Il quarto. In penna solo la data.
NEGATIVO
(di San Martino non solo la pioggia, ma anche. Stramaledici l’ideona delle cresime contagianti, delle fabbriche contagianti, delle comunità religiose contagianti. Allora, a che cosa è servito spiegare la peste, i flagellanti, i monatti? La follia prende i tuoi appena escono dai banchi, quelli che scrivono alle quattro del mattino perché sono usciti dalla fabbrica ma l’ansia se li mangia h24, le assenze, la paura, i video negazionisti mandati in chat, lo sbattimento di dover smontare, cancellare, chiedere le fonti, mostrare le fonti).
E la paura, sempre. La paura di non riuscire a tenere ferma la razionalità.La scuola è razionalità, ti dici. Se chiude è solo la follia delle loro solitudini di pranzi sballati, di mariti sballati, di figli sballati, di vuoti, dei nonni dei loro reparti che diventano sacchetti contagiosi da mettere fuori dagli occhi, delle quarantene, degli spazi sempre più minimi, del silenzio riempito dal compulsare assurdo di cellulari.

Poi c’è il richiamo, dopo una decina di giorni.
NEGATIVO.
(un ragazzetto ci è scoppiato. altri tre sono sulla via. cominciano a ventilare di ritirarsi. Scricchioliamo. Scricchioliamo sempre più forte).

Il sesto – NEGATIVO data 30 dicembre.
Il 30 dicembre fa un freddo cane. La sede è in tanta malora, sul piazzale battiamo i piedi sopra le lastre di gelo.
Che non avevamo un cavolo di voglia di vederci, almeno in queste vacanze di Natale, non ce lo diciamo. Però è abbastanza chiaro.La telefonata mi è arrivata giusta giusta il 25, tra l’antipasto e il primo. In tavola siamo in quattro: il primo lo salto, il secondo e il dolce lo mangio un metro più in là, arieggiamo che sai mai. La digestione: difficile. Lascio che la collega della sicurezza finisca in pace almeno il suo pranzo di Natale, e dopo (povera) la chiamo.
Ricomincia la chat.
Ricomincia il delirio.
Il 30 finiamo l’anno in coda per farci il tampone.

Settembre, ottobre, novembre, dicembre. Poi i balletti delle cifre, le notti passate a fare e disfare l’orario, dover scegliere chi sì e chi no, i decreti della domenica pomeriggio, i serali ignorati per un tot. Trovare la resistenza negli interstizi.

Guardo i certificati e mi chiedo: cosa è rimasto, del mio lavoro?

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