Ma allora diciamolo, cos’è che “abbiamo perso”, in questi mesi di scuola.
Ma allora diciamolo, cos’è che “abbiamo perso”, in questi mesi di scuola.
Se oggi le storie possono seguirci per qualsiasi stanza della casa e in qualsiasi luogo della nostra vita.
Se possiamo prendere le misure del perimetro mentale di un libro andando a consultarne l’indice.
Se sappiamo esattamente a che punto stiamo, tra un prima e un dopo, semplicemente guardando la numerazione delle pagine.
Se, mentre seguiamo il testo, respiriamo insieme a lui attraverso punti, virgole, apostrofi.
Se, in traduzione, ci aiutiamo con l’originale a fronte, saltando in orizzontale tra i fogli appaiati.
Se, perfino, leggiamo in silenzio. E lo facciamo non solo e soltanto per studio o per compito, ma per il piacere stesso della storia, in un dialogo intimo tra ciò che sta scritto e noi stessi.
Esiste una verità degli oggetti che attraversa il tempo e crea precisi ancoraggi con ciò che abbiamo vissuto, che restituisce memoria di luoghi nei quali ci siamo fermati, di persone che abbiamo avuto sodali, di vicinanze che sono state, scelte fatte, suoni. Al di là, anche, di quella che può strettamente essere la loro funzione.
L’anima delle cose che ci circondano sta per larga parte nel nostro sguardo, ma vive nell’ordine che gli diamo, nella gerarchia delle affezioni di cui sono intrise e perfino nella collocazione con cui le infiliamo nei cassetti.
Così è che, mentre stanno disposti in una casa, gli stessi oggetti acquisiscono un senso (una luce, quasi), che cambia totalmente a incontrarli in un negozio o in un mercato: l’usura non appartiene soltanto allo stato di conservazione; sono le storie che li attraversano, e il nostro esserne coscienti, che costituisce un loro carattere, una invisibile sostanza – emotiva – provvisoria.
La fabbrica prende, la fabbrica dà.
Contratti di tre mesi uno due poi rinnovo magari sospendo non si preoccupi prof comunque in prova può essere che dopo comunque nel frattempo.
Turni di due di tre poi si cambia ma forse la giornata però a sei ore vediamo otto ore e poi le notti se mi chiedono vuoi mettere a quanto le pagano le notti in fondo è soltanto da stare svegli le notti – o no.
I permessi per continuare a frequentare?
A un certo punto passerà. Ripenseremo all’indietro.
Ci saranno cose che dimenticheremo, altre che ci avranno segnato.
Se mi chiederanno: quale è stata la cosa più eccezionale, dirò – L’adattamento.
L’enormità della vita.
L’enormità del dolore.
La tenacia, la resistenza. La sopraffazione.
E poi, ancora, il combattimento.
L’impegno (fisico, corporeo, materiale) per la dignità, il riconoscimento, il senso comune.
I muscoli: quelli di una lingua levigata a suon di lima, mai indulgente, vivida. Una lingua capace di avvolgere, scavare, non consolatoria, a tratti sferzante, ironica di una ironia ribalda e non riducibile, antitetica rispetto a qualsiasi forma di moralismo.
Noi siamo quelli che non esistono.
Non abbiamo genitori che minaccino il pandemonio.
Non abbiamo numeri per fare la differenza.
Non siamo nemmeno un immaginario, al massimo facciamo un titolo esotico sui giornali qualche volta, o uno sberleffo nella bocca di un ministro.
Non è servito a niente.
Quello che capisco, oggi, è che non è servito a niente.
A niente, a niente, a niente.
A niente.
Se Giovanni Verga decidesse di riscrivere oggi Rosso Malpelo, sceglierebbe di puntare l’occhio esattamente lì dove Giacomo Sartori (scrittore e agronomo) ha deciso di guardare per costruire il suo ultimo romanzo, Baco (pubblicato da Exòrma).
È possibile che, a un certo punto, ancora prima di arrivare a pagina dieci, venga da chiedersi: ma che libro è, questo. Di chi è, questa scrittura composta, che ha il garbo di certi italiani alla Mario Soldati: un raccontare così misurato, con un senso cinematografico stringente e nitido – che pare cosa di altro mondo.