Riparare la memoria: Silvia Dai Pra’ torna in Istria.

Limitrofo è un parola che nasce meticcia, mezzo latina e mezzo greca, e ingloba dentro di sé i concetti di confine e di nutrimento; per scovarne le origini bisogna risalire fino al Tardo Impero: lì, lungo quella incredibile macchina di inerzia bellica che tra avamposti muri ed empori volanti segnava la fine del territorio di Roma, limitrofe erano le terre intorno al limes, quelle da cui arrivavano cibo e vettovagliamenti per le truppe di stanza.
Conosciuto e sconosciuto, abitante e ospite, autoctono e straniero sono tutte categorie che, in questo spazio, hanno una lettura complessa e una natura labile e stratificata: cosa è l’identità, cosa sono le radici, cosa la lingua, infatti, se già l’aggettivo che definisce il luogo della frontiera contiene in sé, insieme, le idee di mescolanza, vicinanza e nutrimento?

Limitrofo è il luogo di chi assomiglia ma non è identico, di chi si conosce ma non del tutto, di ciò in cui ci si rispecchia ma che mantiene alterità.
Limitrofo è anche il territorio del dubbio possibile: quanto, davvero e in profondità, siamo in grado di comprendere chi ci sta accanto?

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Giulio Mozzi: l’Oracolo manuale.

Insegnare senza far percepire fatica, si sa, è una faccenda piuttosto complicata. Insegnare con leggerezza lo è ancora di più. Ma insegnare riuscendo anche a strappare un sorriso: beh, questa è cosa in cui davvero pochi riescono.

Quando per di più si voglia far passare la materia con puntiglio, precisione, e per scritto – cioè: senza la quadrimensionalità di un rapporto umano in presenza, ma affidandosi alla nuda carta – l’unica è raccomandarsi a qualche divinità superiore.

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Esiste.

La prima campanella di quest’anno scolastico è diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta.
Ogni prima campanella è stata per me speciale, ma questa – beh, ha un batticuore in più.
Oggi esce in distribuzione il mio primo romanzo, La classe degli altri, pubblicato da Apogeo editore.

Sono emozionata.
E grata.

(tutte le info, sulla pagina in menù)

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Policoro. Un orso, una dea.

Policoro, Museo della Siritide. 
Nulla è mai (solo) quello che sembra. 
Un osso è stato una vita, un frammento è stato un vaso, un muro è stato una casa. 
Bisogna avere la pazienza di ricollocare tutto, pezzo per pezzo, profondità per superficie.

La comprensione è un esercizio di minimi movimenti: silenzio, ascolto, 
riprogrammazione di varianti e apertura di nuove intuizioni.
La distanza è una prova per l’umiltà. 
Non esiste approssimazione senza studio.

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Come.

“Come si può combattere un nemico che è del tutto irrazionale e imprevedibile – e che però, in virtù della sua forza animalesca e delle circostanze, ha conseguito un potere spaventoso?” 
John Williams, Augustus

(nella foto: particolare da pavimento. Museo Archeologico Nazionale di Taranto – MARTA)

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