Lettera da una attesa.

Don Osvaldo, mi perdoni subito: non è una assoluzione quella che chiedo. Solo, un po’ di silenzio condiviso.
Lo so, lo so. Non ha nemmeno da aprire bocca: è evidente che siamo in tanti a tirarla per la giacchetta, in questo momento. E però con qualcuno bisognerà ben condividerla, questa cosa qui, che non c’è coraggio che tenga di dirla per dritto. Non serve neanche andare a scomodare Jorge Luis: si sa che le parole fondano il mondo. Una volta dette, esistono, e con loro anche tutto quello che si portano dietro. E queste, lo sappiamo entrambi, sono parole deformanti, da cui non si torna: nessuno, del resto, poteva immaginarsi che si sarebbero messe di nuovo in fila in questo modo micidiale.


Per mesi, siamo sinceri, sono state lì lì per affiorare: eppure all’ultimo gli si è sempre negata la possibilità di materializzarsi. Ma non c’è stato nemmeno mai verso di farle davvero dileguare: come un alone, una interferenza. Un poco sbiadiscono, a tratti arretrano, ma non se ne vanno.
Anche adesso, che sto per prendere questa decisione, io le sento piantate nello spazio che hanno abitato per tutto questo tempo, un poco dietro l’orecchio destro, fisse, vitree. Come delle Arpie, artigliate al tempo a venire.


Non mi equivochi, don Osvaldo. Sappiamo entrambi che questa non è la terra dei fantasmi: qui siamo oltre l’intercapedine che separa il presente dal passato. Questo è il luogo della possibilità che si manifesta solo e soltanto nella sospensione del vivere quotidiano.
Lei ha capito, vero, don Osvaldo, di che parlo?
Certo.
Certo che sì.
Non ce n’è un altro che l’abbia reso concreto quanto lei, l’invincibile vuoto che intercorre tra pagina scritta gesto e intenzione: ogni sua frase è stata un invito alla volontà, la risposta complessa a una realtà brutale, il dribbling di un linguaggio che ha scartato anche l’assenza di senso, il genocidio della giovinezza, l’orrore limitrofo – per slanciarsi in avanti, e diventare idioma nel “dopo”.
Quel momento in cui il tango si è ammutolito, sopravvivendo solo negli interstizi (o altrove, in Europa, nutrito di una nostalgia impotente davanti alla ferocia del golpe e degli anni della giunta militare), lei lo ha attraversato.

Per questo può capire, ora, quello che non si riesce a dire, che in fondo non si vuole dire, o che forse, di gran lunga, si preferisce non dire. Quello che per settimane ha continuato a pulsare dietro l’orecchio destro, e magari solo da scritto si può tentare di contenere dentro a uno spazio con il quale, per quanto spaventoso, ingaggiare un ragionamento.

CONFESSO CHE NON HO BALLATO

Ecco, don Osvaldo.
Questo è, il periplo della faccenda.
Per settimane, mesi, non ho infilato il corpo nella notte.
Le scarpe stanno lì, esattamente al 15, o forse 16 del febbraio di due anni fa. E questa è la pausa più lunga dopo ventun anni: come si fa, dico, a farsi raggiungere dalla maggiore età, e poi… Poi.
I vestiti – solo una decina di giorni fa – li ho infine piegati e messi in due scatole, incartate con un cellophane. Non ci saranno nuovi acquisti. Non la consultazione via chat con gli amici e gli allievi, non la pratica benaugurale, né il dormiamo qui, dormiamo lì pensando a dove ci saremmo svegliati il primo giorno di un nuovo anno.
Il parabrezza da sbrinare, l’autostrada vuota del ritorno, la paura per la nebbia, il fare chiusura, il caffè e la brioche alle cinque del mattino, sono tutte cose rimaste in una parte della memoria alla quale con cautela è meglio non andare, perché restituiscono una vita in cui non abitiamo più, ma – cosa ben più spaventosa – della quale non osiamo chiederci se potrà ancora esserci.
In fondo ce l’avevamo sotto gli occhi dal 2009, questa cosa; eppure solo adesso, credo, ci siamo resi conto del senso vero e profondo di quella dichiarazione dell’Unesco. Ci fu chi fece ironia, al tempo, ma oggi, undici anni dopo, la fragilità di un bene comune che non si vede è lo specchio del nostro incerto domani.
Patrimonio immateriale dell’umanità significa che non può esserci neanche una tastiera sulla quale depositare, al bisogno, la rosa rossa dell’attesa.

Di che sostanza è fatto, il tango, don Osvaldo?

Potevamo dire, fino a qualche mese fa, che nessun’altra danza popolare è mai stata tanto longeva; e lo dicevamo pure, con orgogliosa tracotanza: centocinquant’anni filati a infebbrare il mondo. E anche quando, dopo il 1976, nella madrepatria era stato il blackout, altrove, nei tabarin parigini, per esempio, il filo era riuscito a trovare una strada per non essere tagliato.
Gli abbracci spezzati di là si sono riallacciati di qua, nell’attesa di poter tornare a casa.
Ora che un altrove non è possibile, stiamo tutti nel medesimo fermo immagine, lo stesso identico incantesimo: un atto mancato.
Siamo stati corpi dentro un tempo e un respiro. Ora abbiamo solo emicicli sospesi – né possiamo vagare, come le favole platoniche.

Dunque, se di abbracci è fatto il tango, don Osvaldo, (e pure di furibonde diatribe misurabili in assi baricentri e centimetri, stili e brutture), ben si vede che ci rimane, adesso: questa è la distanza.
Dei corpi, di ciò che abbiamo sentito vivo nel tempo di tre minuti, resta solo un ricordo – e il timore di non essere più uguali, quando torneremo ad allacciare le scarpe.
Immateriale è anche la gioia: in questi mesi abbiamo imparato, credo, che il luogo in cui si è certi del nostro sorridere alla vita (il peso sulla sinistra, la destra in apertura, chiuso il diaframma, aperti gli occhi) non è frivolezza, ma postura.

Però lei dice, don Osvaldo, che, comunque sia, la differenza la fa il respiro.
È questo (l’impercettibile ritardo, la libertà degli strumenti nel vuoto della battuta, l’inossidabile precisione corale in ogni accento) che rende il tango diverso da ogni altra musica: proprio il fatto che, musicalmente, non si può scrivere. Solo indicare.

Un affinamento di anni, come un inseguimento: da pratica a pratica. Suonare insieme, ripetere insieme, ascoltare insieme. Ciò che una generazione ha vissuto, passa all’altra come un testimone: si può rompere e mescolare tutto, ma attraverso serve passare.
Ora, don Osvaldo, a questo penso, mentre i nostri piedi sono costretti al riposo. Penso a certe voci, di certi bar di quartiere, impastate del sapere degli anni; penso a certi gesti; ai corpi che portano lo stampo di chi non è più; alle orecchie che hanno ascoltato voci andate; agli archi che hanno appreso segreti. A tutto quello che, appunto, non si può scrivere ma solo indicare: il tesoro più immateriale di una cultura immateriale, che ha costruito la sua bellezza sulla lontananza e sull’assenza, sulla solitudine e sulla resistenza.

Cosa fanno, da mesi, quelle anche, quelle spalle, quelle caviglie affaticate? Come passano i giorni, senza una notte di ribalta? Chi li ascolta, chi li accompagna, chi cura che non si perdano?
Don Osvaldo, lei l’ha detto, e io lo sento: stiamo in una crepa del tempo – forse un po’ più grande di altre passate.
E però lei ha ragione: torneremo a ballare. Ma il più coraggioso necessario forte abbraccio che possiamo, oggi, è quello intorno a chi rappresenta il nostro passato. Su quelle rughe sta scolpita la persistenza: il nostro possibile domani.

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