Falta EL mejor, quella volta con Felix Picherna.

Possiamo anche chiamarla coincidenza. Destino.

Forse, non è che una di quelle silenziose fatalità che si rincorrono nella vita di una persona, sino ad accompagnarla proprio là dove qualcosa la chiama.

Ne è consapevole, Felix Picherna, quando ricorda il suo passato di strillone di giornale: Buenos Aires, 1943. A otto anni, il monello che “pensava solo al pallone” percorreva le vie dei quartieri centrali vendendo i suoi giornali a una clientela che ancora non sapeva tanto speciale: davanti ai suoi occhi, ad aprire gli augusti borsellini erano distinti signori che si chiamavano Juan D’Arienzo, Annibal Troilo, Marino e Fiorentino.

“Vivevo nell’esplosione degli anni Quaranta: un periodo d’oro. La vita dell’Argentina era tango tutta la giornata. A 15 anni, insieme agli altri ragazzi, muovevo i primi passi. A 17 entrai nella mia prima milonga: il club Pinochio.

Fu lì che conobbi Juan Carlos Copes, e imparai a rispettarlo da subito. Lì iniziai ad ascoltare la musica, a capire la differenza tra le diverse interpretazioni, a distinguere le orchestre”.

Felix-1C’è un nome per questo mestiere, a metà tra l’alchimista di atmosfere e il miscelatore di emozioni? L’Europa ha inventato musicalizador: una sorta di disc-jockey del tango.

Così Picherna è stato presentato alle ribalte d’Occidente: Spagna, prima, al Festival di Valencia; e poi Germania, Svizzera, Francia. E l’Italia, che da una anno a questa parte ha mutato la formula bonaerense per cucire addosso al musicalizador un programma di club a cadenze fisse: ogni sera una città diversa.

E Felix viaggia, sorridendo agli angoli degli occhi fermi, così come per decenni ha viaggiato nelle sale fumose della sua Buenos Aires. Al collo, l’immancabile fichu di seta, fermato da un anello; nel taschino, la piega del fazzoletto è immacolata: con l’eleganza non si scherza. Così come con il tango. Anche se, a dare il via a tutto, sembrò nel 1958 soltanto una pura casualità.

“Un pomeriggio, si ammala il musicalizador del club Viento Norte: il padrone del locale mi chiama, mi chiede se sono in grado di sostituirlo. Chiaro, non ero uno sconosciuto: da cinque anni frequentavo le milongas almeno tre sere alla settimana. Bene, quella sera la mia emozione fu talmente grande che decisi che quella sarebbe stata la mia professione ideale. La musica è stata la vera grande passione della mia vita: oggi tengo a mente quattromila tanghi. Del solo Gardel ne so conticchiare ottocento e rotti”.

Stanno tutte aggrappate alla sua ostinata geografia di rughe, quelle musiche: in perenne affaccendarsi, salire alla memoria, sbucare in una sequenza di brani. Perché, a stregare, di questa sagoma china tra i dischi, di cui solo il volto, da sotto, si illumina alla luce della consolle, è proprio questo: la capacità di invitare il ballo, ogni momento in modo differente, ogni situazione in maniera diversa.

“Ora dico una cosa che non ho inventato io, ma che sento ogni volta che entro in milonga: le parole del tango sono la vita in tre minuti. Lo vedo; lo vedo ogni sera anche qui in Italia, dove, da quando il tango è arrivato, si balla più che in Argentina. Non sto scherzando: a Buenos Aires ci sono centinaia di locali. Ma fuori di Buenos Aires, il fenomeno è estremamente ridotto. Mentre qui, in Italia, in ogni città c’è una milonga. In Europa si balla e si studia con una passione che mi commuove”.

L’entusiasmo è vivo, vero. Lo ha provato anche il musicalizador, nelle sue lezioni, da quando insegna la difficile arte di far divertire azzeccando la musica giusta per ogni serata: qualche dettaglio tecnico, e poi ore di dati, nomi, incisioni.

Una infusione di memoria: “È difficile chiamare classi questi incontri. Sarebbe come pretendere di spiegare la passione: come si fa? Bisogna prima di tutto imparare ad ascoltare: la gente, la serata, il luogo, l’occasione. Certo, ognuno avrà poi le proprie preferenze”.

Felix Picherna si illumina: “El Flete di Juan D’Arienzo è il mio tango preferito: tutte le volte che lo ascolto mi sorprende. Quanto alle orchestre, quella di Carlos Di Sarli è quella che più ammiro: con lui si balla e si impara a ballare. Non ha la stessa fama di altre orchestre, certo. Ma ha una grande anima”.

E adesso che il vento del tango si è impossessato dei musicisti d’Europa, ora che in ogni programma classico spunta almeno un Piazzolla d’annata, cosa pensa Felix Picherna di fronte a questa nuova frenesia?

“Il Sexteto Canyengue d’Olanda è l’unico gruppo che io abbia sentito veramente fare tango. Oggi i musicisti bravi hanno un grande valore perché non vivono nella vita del tango: io credo che ci sia una grande differenza tra prima e dopo il 1950. Fino al Cinquanta in Argentina la vita era molto intensa: fatta di povere cose poetiche.

Dov’è la poesia, adesso? Come si fa a scrivere un tango sulla nostra quotidianità? Chiudono gli almacén, aprono i bancomat. Anche i rapporti tra gli uomini sono cambiati: prima le coppie si incontravano di nascosto in cortile. Ora affittano direttamente una camera in hotel. Si è perso qualcosa.

O forse è che le parole sull’amore sono state tutte realizzate. Del resto, dopo Verdi e Puccini, che opera si può ancora scrivere? Il tango, oggi, è ricordo”.

Tratto da: “Tangomalia”, di Lucia Baldini e Michela Fregona, 2005, Postcart Editore
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