Borges e il tango: un disamore senza fine.

Non ci fosse il nome di Jorge Luis Borges, dietro la storia de Il tango, pubblicato nella Piccola Biblioteca Adelphi, si potrebbe pensare a una catena di coincidenze creata ad arte, poiché sono davvero rari i casi di ostinazione alla sopravvivenza come quella manifestata dal corpus di registrazioni che ha attraversato mezzo secolo, due continenti, almeno quattro abitazioni private e svariati proprietari prima di diventare quello che è ora materia pubblica di carta, riflessione e studio.

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Non a sarò a scuola domani.

Non sarò a scuola, domani. 
Post di sciopero.

Dal 1961 al 2001 c’è stata la più lunga e clamorosa delle rivoluzioni della storia italiana. Per quarant’anni, migliaia di persone hanno imbracciato penna, gesso e registro, e per ogni giorno della loro vita hanno fatto quello in cui nessun altro (né eserciti, né governi, né fabbriche) era riuscito: costruire un paese intero. 
Cioè dare alle teste di quel paese una struttura comune, un terreno di parità – che, poi, vuol dire anche un piano di confronto. 
In termini pratici, questo significa che se tu dici “Divina Commedia”, o “acido desossiribonucleico”, o “teorema di Pitagora”, o “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, da Nord a Sud e da Est a Ovest gli interlocutori sanno di che cosa si sta parlando. Certo, chi più chi meno (occhi lucidi, sguardi sbarrati ed espressioni di schifo a parte: questo non è un discorso di percezione), con nostalgia o balbettando – ma: ce l’hanno. Lo sanno. Fa parte di loro.

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La scuola: un atto politico.

Quando nella mia classe di adulti lavoratori leggiamo insieme Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello e alla fine gli chiedo: che ne pensate, e loro mi rispondono: che anche noi rischiamo di diventare così, e a volte siamo già così, sacripante guai finire così – io sto facendo un atto politico. 
Quando seleziono i titoli degli articoli da spedirgli in mailing list, perché ci pensino su prima di venire in classe (e i titoli sono, per esempio: “Muri del mondo” o “Perché la festa delle donne” o “Volevo solo vivere – Liliana Segre racconta”): io sto facendo un atto politico. 
Quando discutiamo de I fantasmi di Porto Palo; quando ogni singolo respiro si sente grattare nel silenzio tombale dell’aula alla fine del primo capitolo de L’ordine del giorno di Eric Vuillard; quando davanti al grafico dei risultati delle votazioni del ’46, alla voce “Partito dell’uomo qualunque” scoprono l’incredibile risultato del 5,3% dei voti, pari a trenta seggi trenta dentro il primo governo italiano dopo tutto il casino della guerra mondiale – ecco: io-loro stiamo facendo un atto politico. 
Quando nelle classi del mattino abbiamo fatto incontrare ai ragazzi: ispettori postali, profughi, carcerati, lavoratori, addetti alla sicurezza. Ecco: sono stati tutti atti politici.

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Missiroli, Fedeltà. L’amore in un tempo poco eroico.

Che cos’è l’amore, nel tempo della disgregazione sociale? E come sta, l’amore, in un’epoca a strapiombo sulla crisi, nella quale ogni singolo respiro ha un costo (e dunque un prezzo)?

Oggi, che l’intero sistema dei valori, quando non ha direttamente capitolato, scricchiola, e ciò che resta si trova brutalmente assediato da nuove sacralità effimere (il corpo esibito al posto della bellezza, l’incompetenza rivendicata in vece del sapere, l’incoerenza spregiudicata e strategica in sostituzione dell’etica, per dirne solo alcune), non possono certo i legami più profondi pensare di non rimanere scalfiti dal tempo presente.

Così non è un caso che il nuovo libro di Marco Missiroli, Fedeltà, pubblicato da Einaudi, vada a pescare proprio in quel grumo di relazioni che è la famiglia, stanandone con freddezza contraddizioni, apparenze e, soprattutto, compromessi cruenti.

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Puig, la donna ragno e lo smottamento emotivo. Una rilettura.

Quando per primo un uomo dedicò del tempo a realizzare qualcosa di non immediatamente utile, si compì uno scatto di non ritorno per l’intera umanità.

In un mondo che possiamo supporre non certo più facile di quello di oggi, quel gesto – l’impressione delle proprie mani su una parete, la riproduzione della silhouette di un animale da affrontare nella caccia, levigare una forma in un pezzo di pietra – fu una rivoluzione grandiosa, epocale quanto la scoperta del fuoco, della coltivazione, e, più tardi, della scrittura: per la prima volta, l’essere umano stava sentendo l’esigenza di formare una immagine di sé, da lasciare “dopo” e verso la quale poter tornare a guardare.

Stava, cioè, iniziando a parlare alla propria anima – diventando umano.

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Una (atipica) scuola di scrittura

Mi dispiace non aver conservato in ordine tutti i segnalibri che sono stati la pubblicità di ognuno degli otto corsi di scrittura creativa (più cinque versioni residenziali intensive – momenti di vero funambolismo creativo e culinario) che ho organizzato per Giulio Mozzi: per quella parte che me ne rimane, e viste tutte insieme, le grafiche di Alberto restituiscono perfettamente il senso di una stagione di costante, leggera, deliziosa intensità creativa.

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Un genio.

“…e messi in un vasel ch’ad ogni vento/per mare andasse al voler vostro e mio…”
– Non ci credo!
(Prima fila, lato sinistro).
– Ma questo è un genio: non ci credo…
– Rileggo?
– ah, sì! Devo sentirlo di nuovo!
– “…e messi in un vasel ch’ad ogni vento/per mare andasse al voler vostro e mio…”
– Quando è morto?!
-1321.
– Sì, ma quanti anni?
(Qualcuno fa la conta: cinquant’ e…)
– Non ci credo… Si sente il vento.
– Sì…?
– le “v”: si sente il vento. E il mare!! s…s…s…
Ride.
– Ma non poteva aspettarmi, uno così, che me lo sposavo subito? un genio… il mare…

Lei: ha vent’anni.
(La scuola, la sera)

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Spendibilità della bellezza.

Il fatto che, esposti alla bellezza, non si possa rimanere uguali a sé stessi, è, in effetti, un pensiero eversivo. Immagino sia questo a muovere, in questo momento storico, così tanti sforzi in nome dell’utile e dell’immediatamente spendibile. Ciò che è spendibile presto scompare e si azzera, senza alcuna possibilità di scarto dal destino.

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Breve storia de El tipo. (Con morale triste).

Nel 199* arrivò sull’acropoli di montagna uno spettacolo di tango – il primo del genere ad arrischiarsi a risalire su per il passo Fadalto. La compagnia era stata invitata in cartellone dal Circolo Culturale, la più prestigiosa e antica istituzione musicale del paesello.
C’erano i musicisti, c’erano le coppie, c’erano le luci i costumi le coreografie. C’era, insomma, una storia. 
Nessuno aveva mai visto una cosa del genere in provincia, prima: un’ora e un quarto di tempi rubati, accenti spostati come un sospiro, strappate, pause, archetti mantici tastiere e un suono sporco e drammatico, umanissimo. 
E poi c’era il ballo.

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