Chiusi in casa, ma per scelta. Manuel De Pedrolo: “Atto di violenza”.

E se chiudersi in casa, non agire, non reagire, fosse l’ultima possibile forma di resistenza a fronte di un potere che ragiona solo in termini di violenza, che non governa ma impone, che vezzeggia il privilegio e schiaccia gli uomini giovandosi della paura e della divisione sociale?
Se una semplice frase passata per bocca di casa in casa, scritta col gesso per le strade, verniciata sui muri, stampata su anonimi volantini, si trasformasse nel detonatore di una coscienza collettiva, chiamando ciascuno (anche i disillusi, i danneggiati e i riottosi) a dar prova di una scelta civile?

È il 1961 quando Manuel de Pedrolo, catalano, in pieno franchismo scrive (tra oltre trenta titoli, in parte falcidiati dal regime, in parte sottoposti a durissima e stancante censura) il romanzo fatto tradurre solo ora in italiano a firma di Beatrice Parisi e pubblicato da Paginaotto, cui va il merito di avere tolto dal silenzio una voce letteraria di grande interesse. 

Atto di violenza (così si intitola il libro, frutto di un ingegno tanto prolifico quanto resistente) è sì una narrazione che esercita tutta la tensione e il paradosso della distopia, ma è anche per esteso una riflessione sul potere, indagato a tutti i livelli sociali. 

Il dispositivo della trama parte da un assunto sfrondato di spiegazioni e di contesto, raccontato a partire dalla sua messa in atto: dalla sera alla mattina, una città di due milioni di abitanti, rispondendo a un tacito passaparola fatto clandestinamente rimbalzare (“È molto semplice: restate tutti a casa”), si rinchiude volontariamente per attuare una manifestazione passiva, uno sciopero totale e invisibile, una azione collettiva di disobbedienza civile. 

Tanto l’idea appare quasi inoffensiva, nella sua banalità, quanto, al contrario, la sua applicazione risulta, dalla sua messa in opera, profondamente coesiva e scardinante: possibile che quindici anni di sofferenze subite vengano interrotti dalla moltiplicazione di un atto privato in fondo (come afferma non a caso lo slogan della ribellione) “semplice”? L’evidenza della sovversione nei confronti della dittatura del giudice Domina (a lungo covata, e altrettanto a lungo, nel passato, sanguinosamente repressa) è così clamorosa che è inevitabile che tutti, nella città, si pongano domande sul proprio ruolo, su quello dei vicini, sul valore della scelta, sulle ricadute, sul lungo naufragio della democrazia cui tutti hanno fino a quei tre fatidici giorni, più e meno abdicato.

“(…) ci siamo abituati a usare le parole in unmodo sbagliato. Ne abbiamo abusato talmente tanto che si sono distorte e ormai, spesso, attribuiamo loro un significato opposto a quello originario”.

L’impianto del romanzo (tre giorni come tre atti, per un totale di ventuno scene sulle quali si avvicendano i personaggi, per la massima parte in coppia) ha una forte impronta drammatica: tensione e rarefazione dominano le prime due sezioni, mentre nell’ultima l’accelerazione viene portata all’estremo quando (solo alla fine) il dittatore comparirà in carne e ossa, chiudendo idealmente un cerchio iniziato nelle prime pagine, quando i suoi connotati di incarnazione simbolica del male passano attraverso l’evocazione che ne fanno due bambini che sperimentano la chiusura della città. 
Manuel de Pedrolo parte da qui, dallo sguardo dei più piccoli, per la sua indagine sulla violenza attraverso tutti gli strati sociali e tutti i contesti. 

Violenta è la cecità dell’imprenditore che si ritrova la fabbrica svuotata: 

“Ridurrò i premi di produzione, torneremo al salario normale, senza straordinari”.
L’altro lo interrompe, senza scomporsi: “L’abbiamo già fatto. Sei mesi fa”. 

Violento è il poliziotto che a bruciapelo spara su una ragazza; violento il commerciante che vuole solo che tutto proceda per ordine ed è disposto a spregiare il dolore altrui; violenta la sfilata dell’esercito per le vie vuote, che dimostra la propria forza rullando i tamburi; violento il divieto di matrimonio imposto dal governo che non ha a cuore unioni tra funzionari e menti non allineate; violento il controllo pervasivo dell’informazione, il linguaggio di chi esercita il proprio potere grande o piccolo che sia.
Violenta, infine, è la presa di coscienza della necessità di riconoscere la violenza, e di non replicarla: 

“Qui, là, ovunque, ci sono gruppetti, alcuni addirittura più piccoli del nostro, che si trovano di fronte a tentazioni molto simili. Ora, se ciascuno di quei gruppi si convince che ciò che fa non conta, perché è un atto isolato, irrilevante nell’insieme delle cose, alla fine potremmo scoprire che la società intera si è allontanata da una norma di condotta che consideriamo giusta perché è l’unica che ci colloca moralmente al di sopra del nostro nemico, l’unica che ci può portare a una vittoria dignitosa…”

Molti sono i temi che Manuel de Pedrolo tocca con questo romanzo: la morale tradizionale, il machismo, il rapporto tra lavoro e ricchezza, l’ossessione per la sicurezza usata come arma di ricatto, il ruolo della letteratura e degli intellettuali all’interno di un contesto di crisi (e lì dove de Pedrolo rivendica la necessità di in impegno è facile leggere, in filigrana, la sua stessa esperienza di resistente). 

Leggere queste pagine oggi, mentre la società tutta sta elaborando i propri traumi nei confronti di una malattia globale, è singolare. Il significato stesso di chiusura globale ci è, per esperienza, molto più chiaro: quanto al ruolo attivo per il cambiamento sociale anche all’interno di una restrizione volontaria, de Pedrolo ne ha ben chiaro il senso. Senza coscienza, senza maturazione, senza presa di responsabilità – dice il suo bel romanzo – non c’è cambiamento possibile. E no: non andrà tutto bene solo per fatalità.

Questo articolo è apparso su Cultweek, qui

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