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Esiste.

La prima campanella di quest’anno scolastico è diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta.
Ogni prima campanella è stata per me speciale, ma questa – beh, ha un batticuore in più.
Oggi esce in distribuzione il mio primo romanzo, La classe degli altri, pubblicato da Apogeo editore.

Sono emozionata.
E grata.

(tutte le info, sulla pagina in menù)

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Da una panchina all’abisso.

…e pensare che è cominciato tutto dalle panchine. 
Bisogna impedire ai poveretti di dormirci, disse qualcuno nel profondo Veneto (perchè i poveretti, si sa, vederseli in giro fa sempre un certo che). E si cominció a tirare il capitone dalla coda. Lentamente. Passo dopo passo. All’indietro, dalle profondità degli abissi dove era stato spedito solo qualche decennio prima – fino alla luce. 
Segare le panchine perchè i disgraziati non ci si potessero stravaccare (raffinato, in fondo, il ragionamento: togliere. fine. via tutti. eradere. rauss. piallare. 
Non: aiutare 
Non: risolvere 
Non: comprendere 
Non: rispettare). 
E così fu che ci abituammo all’ordine: un solo culo per seduta, un solo gomito per bracciolo, un solo zaino per spalliera. Limitrofi, ma addomesticati alla separazione omeopatica – lì, dove prima e culi e ginocchia e braccia distese di bambino e valigie messe in pizzo e dammi un pezzo di angolo e dai che se ci stiamo in tre si sta pure in quattro. 
Cominció così, e in pochi si resero conto che nello spuntare dal nulla di un semplice poggiagomito si realizzava una delle più oculate spallate all’umanità.
(Poi furono: il cibo per i bambini alle mense, i posti nelle case popolari, i proiettili sparati a vanvera, le pagelle cucite sulle giacche annegate, i porti chiusi).

(Ma tutto questo, in fondo, era già contenuto in quel primo atto di guerra civile. Cancellare gli ultimi. Cancellare gli altri. Cancellare).

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Pietre che parlano. Sassi sul Museo Egizio di Torino.

Pietre che parlano. Cinque riflessioni da un minuto l’una sul caso del Museo Egizio. Con un grazie grande così al suo Direttore.

1) Dialogo.

Ha fatto bene, Christian Greco, a uscire dai suoi uffici. Il capannello di indignati, se lasciato lì da solo a fare cagnara, si sarebbe aggiudicato la telecamera di turno e avrebbe dato fiato alle sue trombe. Senza un contraddittorio.

E che la ferita di parola faccia più danni di quella della spada lo sa bene, chi studia il mondo antico. Invece.

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Una questione di tipicità

Dovremmo anche ringraziare il 30 agosto in nome della schiettezza. Era ora che qualcuno lo dicesse per dritto, dai.
Anzi, subito un calendario: ce l’abbiamo una giornata annuale della “tipicità”? No?
Ecco.
Propongo che da ora in avanti si commemori il momento in cui – e finalmente – qualcuno ha detto in faccia alla montagna cos’è che deve essere, ora e per sempre (ché, come direbbero i Baci Perugina, nostra fonte somma di sapere e conoscenza, non si tradiscono i sogni).
Dunque: tale Fabio C., come si è, fin da subito, schiettamente firmato, il fegato, lui, ce l’ha avuto.

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