Browsing Category Tango, la magnifica ossessione

Caparros. Todo por la patria?

C’è una parola precisa per indicare, nel gergo del tango, quel personaggio che ha più velleità che lavoro, più illusioni che prospettive, più inerzia che reazione: quel termine è atorrante. Il nome di chi, nonostante gli sforzi, non ce l’ha fatta, e si ritrova a penare da immigrato il proprio destino: l’epiteto che circoscrive un crinale di povertà facilissimo da imboccare per masse inurbate, che campano da perdigiorno, ostaggio di crisi ogni due per tre, senza un grande futuro davanti.

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Borges e il tango: un disamore senza fine.

Non ci fosse il nome di Jorge Luis Borges, dietro la storia de Il tango, pubblicato nella Piccola Biblioteca Adelphi, si potrebbe pensare a una catena di coincidenze creata ad arte, poiché sono davvero rari i casi di ostinazione alla sopravvivenza come quella manifestata dal corpus di registrazioni che ha attraversato mezzo secolo, due continenti, almeno quattro abitazioni private e svariati proprietari prima di diventare quello che è ora materia pubblica di carta, riflessione e studio.

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Breve storia de El tipo. (Con morale triste).

Nel 199* arrivò sull’acropoli di montagna uno spettacolo di tango – il primo del genere ad arrischiarsi a risalire su per il passo Fadalto. La compagnia era stata invitata in cartellone dal Circolo Culturale, la più prestigiosa e antica istituzione musicale del paesello.
C’erano i musicisti, c’erano le coppie, c’erano le luci i costumi le coreografie. C’era, insomma, una storia. 
Nessuno aveva mai visto una cosa del genere in provincia, prima: un’ora e un quarto di tempi rubati, accenti spostati come un sospiro, strappate, pause, archetti mantici tastiere e un suono sporco e drammatico, umanissimo. 
E poi c’era il ballo.

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Maria Nieves: un abbraccio. Y nada mas.

«Io sono la più antica di tutte le ballerine di tango»
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Lucia scatta esattamente come un punto alla frase.
Che è perfetta: finale e drammatica, come un paradigma.

Maria Nieves, le gambe del tango, così come l’hanno chiamata per decenni, le gambe ce le ha ancora belle: la caviglia sottile, la linea affusolata, il gesto morbido e vitale. Accavalla e scavalla come se fossimo al Ritz – invece siamo su una panchina di plastica qualsiasi, e alle spalle abbiamo uno stanzone al Dorrego pieno di pezzi che non vanno uno con l’altro.

«Prima di me era l’epoca del canyengue: le donne erano sottomesse. Si appoggiavano. Rispettavano. Bah…»

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Falta EL mejor, quella volta con Felix Picherna.

Possiamo anche chiamarla coincidenza. Destino.

Forse, non è che una di quelle silenziose fatalità che si rincorrono nella vita di una persona, sino ad accompagnarla proprio là dove qualcosa la chiama.

Ne è consapevole, Felix Picherna, quando ricorda il suo passato di strillone di giornale: Buenos Aires, 1943. A otto anni, il monello che “pensava solo al pallone” percorreva le vie dei quartieri centrali vendendo i suoi giornali a una clientela che ancora non sapeva tanto speciale: davanti ai suoi occhi, ad aprire gli augusti borsellini erano distinti signori che si chiamavano Juan D’Arienzo, Annibal Troilo, Marino e Fiorentino.

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prima della milonga.

Alle 10 del mattino la casa è già piena di musica. Alberto scorre l’archivio: di venti secondi in venti secondi, i violini e i pianoforti, i silenzi, le pause, i ritardi, i tempi percussivi e le variazioni occupano tutto lo spazio tra la sala e lo studio.
Di Sarli. D’Arienzo. Pugliese. Gobbi. Piazzolla. Fresedo. Troilo. Grela. Varela.
I nomi si confondono ai titoli: abbiamo ospiti che fanno stringere gli occhi. Indietro.
Di quanti tanghi. Di quante notti. Di quanta strada.

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