Pietre che parlano. Sassi sul Museo Egizio di Torino.

Pietre che parlano. Cinque riflessioni da un minuto l’una sul caso del Museo Egizio. Con un grazie grande così al suo Direttore.

1) Dialogo.

Ha fatto bene, Christian Greco, a uscire dai suoi uffici. Il capannello di indignati, se lasciato lì da solo a fare cagnara, si sarebbe aggiudicato la telecamera di turno e avrebbe dato fiato alle sue trombe. Senza un contraddittorio.

E che la ferita di parola faccia più danni di quella della spada lo sa bene, chi studia il mondo antico. Invece. Quei quattro passi a schiena dritta, pacato e cosciente, a fronte del manipolo di esagitati pronti a dar fuoco alle polveri, sono stati un esempio di grande dignità civica.

Non è solo che alla compostezza, e agli argomenti, non siamo più abituati. È che rivedersi davanti agli occhi, vivo, il coraggio di tanti antichi legati spediti tra le file nemiche ad esercitare l’arte della parola fa l’effetto di Socrate vs. branco di velociraptor, con Socrate che vince. E fa ben capire quanto ci siamo nel frattempo abituati a una quotidiana decaduta capacità di dialogo politico (caput mundi ciao).

2) Appartenenza.

Per una specie di cortocircuito mentale gli stessi Fratelli d’Italia che si fanno portabandiera di una nuova crociata contro la mescolanza delle culture (araba in primis) sembrano all’improvviso non poter più vivere senza il Museo Egizio: a guardare la loro pagina facebook, Thot Anubi e compagnia si sono guadagnati più spazio degli slogan elettorali (non per dire… ma lasciate fare agli déi dell’Egitto, voi!).

Ora. Tralasciando il fatto che Giorgia Meloni sembra non rendersi conto che non si sta rivolgendo a un Museo Statale, tralasciando il fatto che Giorgia Meloni confonde mondo arabo ed Islam (ovvero geografia e religione), tralasciando il fatto che Giorgia Meloni non sa che in Egitto ci sarebbero anche x numero di cristiani copti (e dunque prendersela con una iniziativa di promozione perché quelli non sono cristiani è peregrino al cubo). Ecco, tralasciando tutto questo. Una domanda, una, potrebbe anche farsela.

Ovvero: com’è che questi reperti ci sono piombati in casa? La storia della nascita dei musei europei è avventurosa e appassionante, ma anche predatoria. Per molto tempo è stata saccheggio, regole deboli, governi disinteressati o complici di spoliazioni. Basterebbe farne uno, di giro, all’Egizio, per rendersi conto delle tonnellate e tonnellate di marmi che sono state traghettate in Italia. Perfino una stanza intera (zeppa di affreschi) c’è. Certo, Drovetti, Schiaparelli e gli altri archeologi di duecento anni fa sono stati illuminati. Però, di fronte alla nuda realtà. Quale sarebbe il principio in base al quale se noi andiamo al Louvre ci sentiamo in diritto di mugugnare per i chilometri di quadri espropriati ai nostri natii borghi, mentre un egiziano contemporaneo dovrebbe sentirsi ben felice di trovare a milmila miglia dal deserto i fasti della sua terra?

Che sarebbe il Museo Egizio di Torino se il Cairo richiedesse legittimamente indietro i suoi beni? E se invece – come è – a fronte di innumerevoli contenziosi in atto, Torino risulta al contrario l’unica struttura a cui la Soprintendenza egiziana riserba un trattamento di fiducia, proprio in virtù dell’attenzione, del rispetto e della promozione universale (anche ai cittadini arabi d’Italia) della conoscenza degli antichi tesori, siamo in grado di capire a che figura meschina ci ha esposto questa bella pensata di Fratelli d’Italia?

3) Responsabilità

Custodire un patrimonio che parla alla memoria dell’umanità è una responsabilità universale.

Ragionare come se quel bene appartenesse a uno stato, che in base alla proprietà potesse disporne a piacimento e discrimine, e non invece al mondo, vuol dire ragionare come un vecchio colonialista marcio dalla testa piccola, di pensieri piccoli e di piccole prospettive.

E la storia recente dovrebbe ricordarci che questo non è bene.

4) Inclusione

A chi farebbe più – e doppiamente – bene, in una scuola, andare in gita a vedere la bellezza, partecipare delle ore senza pensiero circondati da memorie che parlano a tutti la lingua della storia, vivere in una comunità diversa dalle logiche quotidiane protetti da quella solidarietà speciale che il viaggio offre? A chi è più distante, ovvio. Che, poi, è anche chi, più spesso, resta a casa perché non può permetterselo.

Ecco: in una città in cui la comunità araba c’è, esiste, vive, produce, abita, pensare di offrire una opportunità di avvicinarsi a un patrimonio di bellezza (che per di più le appartiene, ne rappresenta la radice) offrendo un ingresso gratuito su due è un atto socialmente maturo. Doveroso. E in tempi come questi rivoluzionario. Non di soli sputi vive l’uomo.

Quanto alla sbandierata “discriminazione al contrario”, gli italiani possono entrare gratis al Museo Egizio di Torino nel giorno del loro compleanno, se sono papà accompagnati dal figlio per la festa del papà (idem se sono mamme per la festa della mamma), e hanno una agevolazione per studenti a 4 euro il giovedì, e pure d’estate, in notturna, a 5 euro. Se dividete il costo di un ingresso per due – così come in fondo è l’effetto della promozione tanto contestata – finisce che ci si accorge che conviene ancora aspettare l’estate e fingersi italiani, se si è di braccino corto.

5) Il discrimine. La vita.

Cosa insegna, infine, questa storia? Che il Museo Egizio di Torino è cosa viva, in grado di muovere, e di smuovere, moderno ed efficace anche a smontare la vergognosa operazione inoculata via fb (http://www.museoegizio.it/comunicato/ ).

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