Policoro. Un orso, una dea.

Policoro, Museo della Siritide. 
Nulla è mai (solo) quello che sembra. 
Un osso è stato una vita, un frammento è stato un vaso, un muro è stato una casa. 
Bisogna avere la pazienza di ricollocare tutto, pezzo per pezzo, profondità per superficie.

La comprensione è un esercizio di minimi movimenti: silenzio, ascolto, 
riprogrammazione di varianti e apertura di nuove intuizioni.
La distanza è una prova per l’umiltà. 
Non esiste approssimazione senza studio.

Ció che è, è un risultato di altro. Sempre.
Ció che è, è una possibilità. Sempre.

Questa è la più bella lezione dell’antico a cui si possa avere accesso. Una volta compreso, gli occhi cambiano – cambia il modo di considerare le cose.

Policoro, museo della Siritide. 
La statua a forma di orso è una statua, è un orso, è una terracotta modellata a tuttotondo, è una scommessa scampata a duemilasettecento anni di distruzione.

Ma è anche figura sciamanica, o una divinità antica che appartiene tipologia “Dea dalle braccia alzate”, tanto cara alle vetrine dei musei archeologici dell’Egeo.
È un simbolo. 
Come l’orso, risvegliandosi dal letargo dopo l’inverno, inaugura una nuova stagione di fertilità all’interno della natura, così l’antica divinità femminile rappresenterebbe quel rito di rinnovamento. 
Oppure. 
La dea, l’orso, la terracotta indica invece proprio il ritorno alla vita: una rinascita dopo la morte – e per questo si spiegherebbe la sua collocazione su un vaso rituale funerario. 
La sepoltura era quella di una giovane donna.

Nulla è mai (solo) ciò che appare.

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