Quello che verrà

michela fregona

Quello che verrà: due parole necessarie, in coscienza.

Quello che seguirà, pubblicato grazie a Giulio Mozzi in Vibrisse, non è un lavoro di finzione, e non è neanche un diario scolastico.

(accedi alla pagina dei PDF di Quello che verrà)

Ogni volta che ho provato a descriverlo, al termine di sette anni di elaborazione e scrittura, le parole non mi hanno mai soddisfatto appieno, prese in prestito come erano da discipline molto specifiche e, quindi, parziali: saggio stratigrafico, geografia umana, campionamento, anatomia sociale…

Forse ha ragione chi mi ha suggerito che si tratta, piuttosto, di un documentario. Un documentario a parole.

Ho lavorato al Ctp di Belluno per undici (gloriosi) anni, dal 2000 al 2011. Quando sono arrivata il numero di utenti superava di poco le duecento unità. Quando me ne sono andata, i corsi del Ctp coinvolgevano oltre millequattrocento persone.

Oggi è molto diverso.

Cos’è un Ctp, vi chiederete. E’ per questo che ho deciso di scriverne: perché sono in pochi a saperlo.

Il nome, per intero, è: Centro Territoriale Permanente per la formazione e l’educazione in età adulta. Scuola serale, scuola carceraria, corsi di lingue, alfabetizzazione informatica, italiano per stranieri, laboratori pratici: un mondo.

Ce ne sono tre nella provincia di Belluno e 46 in tutto il Veneto. In Italia sono 560, e portano in formazione, ogni anno, sei-settecentomila persone.

Vuol dire che tutta questa gente torna sui banchi “da grande”: prende la terza media, impara una lingua, apprende l’italiano. Sono gli ex corsi per lavoratori, insomma: riformati negli anni ’90 e confortati nel 2000 dai traguardi richiesti dalla Conferenza di Lisbona a tutta l’Europa.

Curiosamente, quella che era una scuola-fanalino di coda del sistema italiano, costituzionalmente anomala, è diventata, nella sua anomalia, avanzata: struttura leggera, integrazione forte con i bisogni reali della popolazione, flessibilità, ricerca dell’utenza, progettualità, accoglienza, cambiamento, formazione continua per i docenti.

Una scuola aperta dalla mattina alla sera (e, non di rado, anche il sabato e la domenica).

Molti, a priori, considerano la scuola per adulti un posto dove tutti gli studenti sono già motivati.

In realtà, mettere insieme una classe fatta da sedicenni e cinquantenni, italiani e stranieri, adolescenti ultrabocciati e laureati senza titoli riconosciuti in Italia, rende abbastanza l’idea del sudoku esistenziale che ogni insegnante si trova davanti; oltre, naturalmente, al labirinto di motivazioni e non che sta dietro ad ogni nome in registro.

Sarebbe piuttosto facile – e fastidioso – fare delle storie che ho incontrato, e che mi sono presa la responsabilità di raccontare, una sorta di seconda epopea degli ultimi.

D’altro canto, provo l’identico imbarazzo a proiettare queste storie su un fondale di mitologia di resistenza quotidiana.

C’è, è vero, dell’eroismo nella scelta di rimettersi a studiare nella propria vita e nonostante la propria vita. C’è sfida. C’è difficoltà.

Difatti, nelle classi che ho avuto, c’è stato chi il proprio destino è riuscito a farlo girare, e chi si è perso, anche drammaticamente.

Ma la cosa più bella di un Ctp è proprio il fatto che la sua sostanza è composta di vite intere, complesse e umane.

Tutta la vita dell’Italia di oggi: un laboratorio di seconde chance e di primi approdi.

Può la scuola cambiare la vita, oggi?

Quello che ho imparato al Ctp è : sì. Indubbiamente.

E questo è bellissimo, e spaventoso.

Le storie che racconto in questo lavoro sono tante, me ne rendo conto.

Ho avuto, come tutti, studenti che sono stati una chiave anche per la mia, di esistenza. Ma non sono quelli che sono entrati in queste pagine: qui ci sono quelli che danno una percezione effettiva di questa scuola, e di ciò che ci si vive giorno per giorno. Errori compresi.

I nomi sono originali, lì dove non si ponevano problemi di sorta.

Dove era necessario proteggere, o mascherare, sono stati cambiati.

Alcune storie che si legano a fatti di cronaca mi fanno ancora pensare.

Ecco.

Questo, credo, è tutto.

n.b. oggi i Ctp nazionali sono sull’orlo di una ristrutturazione globale. Lo sono da un po’ di tempo, a dire il vero. Cambieranno nome e assetto, si dice (da Ctp a Cpia). Non c’è molta chiarezza, e, dopo vari anni di incubazione, le prime novità sono bizzarre (ad esempio, l’introduzione dell’insegnamento della religione cattolica ad un pubblico di adulti provenienti da tutto il mondo. Mah). Probabilmente, riformare una entità così strategicamente importante senza conoscerne intimamente le funzioni e gli ingranaggi, potrebbe portare a una sua polverizzazione insensata.