Non a sarò a scuola domani.

Non sarò a scuola, domani. 
Post di sciopero.

Dal 1961 al 2001 c’è stata la più lunga e clamorosa delle rivoluzioni della storia italiana. Per quarant’anni, migliaia di persone hanno imbracciato penna, gesso e registro, e per ogni giorno della loro vita hanno fatto quello in cui nessun altro (né eserciti, né governi, né fabbriche) era riuscito: costruire un paese intero. 
Cioè dare alle teste di quel paese una struttura comune, un terreno di parità – che, poi, vuol dire anche un piano di confronto. 
In termini pratici, questo significa che se tu dici “Divina Commedia”, o “acido desossiribonucleico”, o “teorema di Pitagora”, o “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, da Nord a Sud e da Est a Ovest gli interlocutori sanno di che cosa si sta parlando. Certo, chi più chi meno (occhi lucidi, sguardi sbarrati ed espressioni di schifo a parte: questo non è un discorso di percezione), con nostalgia o balbettando – ma: ce l’hanno. Lo sanno. Fa parte di loro.

Quelli che finivano le medie, nel 1961, erano il 9,59% della popolazione; quelli con le superiori erano il 4,25%.
Quando oggi si parla di élite, bisognerebbe avere in mente questi dati: si, nel 1961 c’era eccome l’élite culturale – quella che “si poteva permettere” di mandare a studiare i figlioli. E poi c’erano tutti gli altri, molti dei quali capivano, molti dei quali volevano, molti dei quali aspiravano e stentavano (per questo nacquero le serali, le scuole in cui io insegno oggi). 
Quei genitori avrebbero voluto ciò che loro stessi non avevano potuto: capivano la necessità della fatica dello studio e la catena della causa e dell’effetto. Erano duri, erano diversi. Erano: “Mangio anche un gatto col pelo, ma Sandro deve studiare” (“Magne anka ‘n gàt col pèl, ma ‘l bocia ‘l ha da studiàr”: questa, per esempio, era mia nonna. Mia zia lo ricordava sempre – ché lei, invece, femmina, col cavolo che andava fatta studiare. Poi uno dice: il patriarcato…). 
E duri, e diversi, e cocciuti erano anche quelli che in cattedra ci andavano: uomini e donne, che all’inizio avevano pure l’obbligo di residenza, come i vescovi dopo il Concilio di Trento. 
Avevano un ruolo perché avevano un compito. E per questo compito venivano riconosciuti (“al ghe dàe pur, chè l’è ‘n zhukòn”: passi pure alle vie di fatto, maestro, che il ragazzo è un poco tardo – una frase che qui in montagna ha risuonato nelle riunioni dei genitori almeno fino a quando pure io ero studente). 
Per questo, in quarant’anni, la scuola è stata un luogo di grande sperimentazione e di grande inventiva e di grande fatica. E anche di risultati.
Nel 2001 le superiori le finiva il 49% degli studenti; dieci anni dopo, cioè nel 2011, arrivava a sudare sul tema di maturità il 70% dei ragazzi.
Oggi, cioè un altro decennio successivo ancora, la percentuale di abbandono scolastico delle superiori non riesce a sfondare la soglia del 14%: che vuol dire che i termini di miglioramento sono rallentati.

Vent’anni fa il sapore dei risultati e dell’enorme sforzo collettivo compiuto dall’Italia – con notevole ritardo rispetto agli altri paesi europei – era quello di una primaria-gioiello, di masse di ragazzi recuperati, di istituti che iniziavano a far fatica a trovare aule per tutti, di insegnamenti della filosofia che si ventilavano da estendere a tutte le superiori, persino di nuovi corsi universitari (Storia e archeologia della Magna Grecia, chi se la ricorda?) che promettevano campi scavo per studenti (uno l’ho fatto pure io) e una nuova geografia culturale per il Sud, in grado di dare lavoro qualificato a maestranze combinate nuove di trinca (archeologi topografi geologi antichisti antropologi museografi storici dell’arte…).

Strappare a migliaia i ragazzini dalle strade e dai lavori al salto ha voluto dire diventare più complicati.
La scuola è diventata più complicata, e più complicate le classi e l’insegnamento. 
Ma.
Ma nel momento in cui sarebbe bastato un colpo di reni mentale per sfangarla e rimontare, partiti dal niente come si era ai mondiali dell’Ottantadue, la politica (la politica per il bene del cittadino) sembra avere improvvisamente non solo perso gli occhiali, ma pure gli occhi.

Qui dove siamo ora è il risultato di questo tempo di miopia.

A dare due cifre brutali, nel 2015 si contava che in vent’anni tre milioni e mezzo di studenti (tre milioni e mezzo, perdio!…) di campanelle di inizio lezioni a un certo punto non ne hanno più voluto sapere.
Il fatto che Europa 2020 preveda che in Italia debbano essere meno del 10% i ragazzi tra i 18 e i 24 anni senza diploma superiore fa capire perché ogni tanto qualche giornale attacchi il peana del siamo-messi-male.
Ma il problema non è (solo) adempiere o meno ai nostri obblighi di formazione europei: il problema è che ci stiamo giocando l’educazione. Cioè: il popolo. Cioè la sua possibilità di esercitare la cittadinanza. Cioè il suo essere Paese.

Cosa serve a una scuola complicata per poter fare il suo mestiere?
Non sicuramente riforme affrettate o pressapochiste o massimaliste. Non tagliare per milioni. Non dire e poi contraddire.
Non si può agire sulla pelle della vita presente senza capire che questa sarà la vita futura.

C’è la guerra dei mondi, ma ad affrontarla sono sempre i trecento di Leonida: vestiti con gli stessi schinieri, e con una zavorra di carte da compilare sulle spalle per sovrappiù.

Cosa serve a una scuola complicata per fare il suo mestiere?
Beh, alcune cose si sanno.
Per esempio:

– classi di non più di 14 persone (in tutto il mondo, e da anni e anni, si sa che per poter lavorare bene e con tutti – ripeto: con tutti) il gruppo ideale è di 12. Perché dovrebbe riuscire meglio ad un insegnante lavorare con 24-29 ragazzi al colpo?
– uno psicologo in loco per affrontare le emergenze quotidiane degli studenti (dal down emotivo al tentato suicidio, dalla violenza sessuale alle paturnie adolescenziali, dalla gestione dell’affettività ai problemi di alienamento. Chè queste sono, le cosette che uno si trova a maneggiare senza averne alba)
– un logopedista e un sociologo in loco per affrontare i problemi specifici e aiutare gli insegnanti con tecniche e pratiche (senza aspettare turni di sei mesi per gli accertamenti nelle strutture, che nel frattempo ci siamo giocati anche l’anno e le relazioni)
– corsi (urgenti e permanenti) di educazione sessuale e all’affettività. Non so, ma come si fa, nel 2019, con gravidanze “improvvise”? ragazzi che picchiano e “ma io gli voglio bene”? A me pare fuori, sinceramente.
– corsi (urgenti e permanenti) di comunicazione-fotografia-linguaggio. Perché in un mondo in cui la finzione è sempre più sofisticata non si può pensare che uno, perché sa smanettare sui social, sappia decrittare ciò che vede (“Macccome, prof: non può essere che Rose del Titanic non esiste! Se c’è scritto: tratto da una storia vera!!”)
– monitoraggio serio, a tappeto, e trasparente sulla salute dei lavoratori; un osservatorio sul burnout degli insegnanti, che non passa mese che qualcuno non scoppi (anche questo, sì).

Ma soprattutto, quello che NON serve è regionalizzare la scuola e comperarsi gli insegnanti per due lire. Come diavolo si fa a essere nel mondo, ma ragionare come neanche l’Italia dei Comuni?
Io non so davvero dove vivano quelli che l’hanno pensata, questa proposta.
Non hanno mai insegnato i Promessi Sposi in cinese, probabilmente; né hanno mai visto il cervello in azione di una ragazza del Punjiab che traduce Cesare; e neppure sanno che in Marocco tutti i capi di Stato nella loro formazione studiano Machiavelli; non ascoltano la ricreazione multilingue delle ragazzine che vengono dall’Est.
Non calcolano che un ragazzino di 18 anni oggi ha visto già più mondo di quanto ne abbia visto suo padre alla sua età.
E nemmeno immaginano che la bellezza che riempie le loro facce – in qualsiasi parte siano nati, in un borgo aggrappato alle montagne o nella profonda pianura veneta – è grande quanto la storia di questo paese quando li porti all’affaccio dei Fori dai Musei Capitolini. 
Davvero: il mondo, le aule, la scuola, i ragazzi, sono molto, molto più avanti. E questo è, credo, il regalo ultimo di quei quarant’anni di crescita: il dono della libertà, del pensiero ampio. 
L’ultima resistenza.

Sono una insegnante italiana.
Ho fatto un concorso nazionale.
Ho studiato la letteratura di ieri e di oggi.
Leggo la letteratura mondiale.
Gli spiego Dante, gli Egizi, l’amor che move il sol ed altre stelle, Verga, Pellico, i preraffaeliti, Frankenstein, Darwin, la Seconda guerra mondiale, i curdi e gli armeni, Galilei, la sinestesia.
Li porto in gita a Napoli, e a Roma, e a Bologna, e a Torino, e pure in Grecia.
Sono una insegnante italiana.
Italiana.

E per questo, domani, non sarò in classe.

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