La verità, vi prego, sulla verità!

È talmente fondamentale, che la notizia – già in sordina al mattino – ha continuato a scivolare giù giù, e la sera era praticamente scomparsa dalle testate on line.
Dice Valeria Fedeli, Ministro della Pubblica Istruzione, che siamo in un guaio: i ragazzi non riconoscono le fake.

Dice che: sì, è un problema.
Dice che: sì, la soluzione c’è.
Dice questo, dice, che la questione sarà:
«La certificazione del vero non solo delle informazioni ma anche dei contenuti che si trovano nel digitale»

No, non sono arrabbiata.
È che resisterò. Tutto qui.

No, non penso che la verità si possa certificare e passare in comode dosi premasticate – né che il mio compito nella scuola sia quello di certificare e/o masticare informazioni e contenuti per passare boli certificati ad altri.

Penso che la verità si debba, al limite e per quanto possibile, dimostrare – e che il mio compito, nella scuola, sia quello di insegnare come cercare, nei propri limiti e per quanto possibile, e come capire se una cosa è vera o no, e in che misura, attraverso l’esercizio della dimostrazione (che poi sarebbe il pensiero critico).
No, non credo proprio che sia una buona idea quella di una società fondata sul passaggio a-critico di verità precertificate.
Credo invece che una società cresce adulta nel momento in cui è autonoma nello sviluppare la comprensione delle cose e dei fatti, nel momento in cui comprende che si può capire e conoscere ulteriormente, nel momento in cui non si accontenta di.

“É vero perché l’ha certificato X” assomiglia (terribilmente) al “principio di autorità” che procurò rughe, caduta di capelli e depressioni al buon Galilei, che a momenti ci rimise le penne. E non credo che ad Aristotele avrebbe fatto piacere, un tale martire sull’altare della sua propria stessa certificazione.

No, non dubito sull’effetto.
Lo temo proprio. Perché se il programma di intervento su quella che è una emergenza (lo è, oh sì: eccome, se lo è!) si basa su un falso sillogismo (il vero si certifica; ai ragazzi vanno passati contenuti certificati; i ragazzi possiedono il vero) allora sì che c’è da avere paura.
Non è con i dogmi che si costruisce la conoscenza, ma con la curiosità – e il confronto, e il contesto, e l’esercizio del buonsenso, e, non ultima, la capacità di dubitare e rivedersi.

No, non è la certificazione del vero il nocciolo della questione: se così fosse, sarebbe quasi una cosa facile.
È invece la necessità di sapere leggere ciò che leggiamo, e vedere ciò che vediamo il tema di tutti i temi del momento: la nostra è una società complessa, sovrabbondante, frammentaria.
Complessa nel contesto (nei contesti). Sovrabbondante nella produzione di notizie, contenuti, diffusione e mezzi. Frammentaria nell’elaborazione.
“Difficoltà di comprensione. Difficoltà di analisi”: chiedete a qualsiasi scuola. Di qualsiasi indirizzo. Di qualsiasi regione. Vedrete spalle che si incassano a coppo: sì, vi diranno gli insegnanti, il problema è questo.
Nel frattempo le ore in classe diminuiscono, vanno di moda le clil e le lim, l’alternanza scuola-lavoro è il nuovo mantra e guai toccarlo che è così bello e così bene e basta perdere tempo sui libri ché il tempo è denaro e noi siamo fatti per il denaro, tutta la formazione sul digitale gronda di libri digitali tablet piattaforme digitali (una diversa dall’altra, nessuna in comunicazione recuproca) scuole senza zaino – come se ogni volta che un ragazzo accende un computer lo facesse proprio per quella cosa lì: accedere alle risorse digitali dei libri monchi che ci troviamo a gestire, e non, invece, a correre a duecentomila per la galassia (digitale, quella sì) dei fatti suoi… Poi te lo trovi sull’orlo della depressione, incastrato in gruppi gogna o in contenuti che vivono un giorno e poi puff! – ma questo cosa dovrebbe essere? argomento di un corso di formazione? per insegnanti? per genitori? per: chi?

No, non diciamo sciocchezze: il digitale non è certo il male assoluto – ma nemmeno il bene assoluto.
Diciamo invece insieme (e ad alta voce, per favore, mentre accendiamo il tasto di un computer micragnoso, pregando perché la linea funzioni e il registro elettronico non sia in palla) quello che è: il digitale è un mezzo. E come tutti i mezzi è naturale che debba “servire”, e non “farsi asservire”.
Ma non è di sicuro semplificando gli insegnamenti, riducendo le ore, segando alle radici gli anni di studio, pompando sui licei brevi e i professionali periferia dell’educazione, strapazzando i curricula, costringendo a litigarsi gli alunni tra le ore di “alternanza” e quelle “in presenza” (quante ore in meno in classe all’anno? quante settimane in meno? quanti mesi in meno?) che si darà tempo e modo di costruire consapevolezza, pensiero critico, curiosità nei cittadini di domani – e, in parte, già di oggi. Non è che perché i computer sono veloci che la scuola deve spicciarsi e smollare diplomi. Per comporre ognuno di quei processori sono state spese montagne di ore, milioni di ore. E non è che non siano esistite. E tanto meno che non contino.

Sì: la distinzione tra vero, falso e verosimile non è mai stata tanto labile come in questa epoca.
«Ragazze, devo dirvelo: Rose del Titanic non esiste…»
«Ma se c’è scritto “Tratto da una storia vera!”»
«Il Titanic sì che era vero…»
«Ma ne è sicura, prof?»

Sì: siamo così bravi a costruire finzioni e così tanto disarmati: come potremmo affrontare un campo tanto complesso con la sicurezza sempliciotta di un repertorio di verità? Davvero il problema sono le fake?
O non è forse, invece, che siamo chiamati – ora, più che mai – ad essere più raffinati, più acuti, più scaltri, più analitici?

Sì: bisogna fare imparare cos’è una fonte.
Sì: bisogna fare capire che esistono più fonti.
Sì: è fondamentale (e difficile) imparare a verificare la bontà della fonte.
Sì: è fondamentale (e difficile) analizzare il linguaggio.
Sì: è fondamentale (e dispendioso e lungo) confrontare.
Sì: bisogna imparare a trarre conclusioni.

E, soprattutto: sì, bisogna essere rapidi. Su questo sono d’accordo con il discorso del Ministro: rapidi e flessibili. Ma rapido non significa: superficiale. Né: semplificato. Né: standardizzato. E nemmeno: ridotto a quiz vero/falso.
Bisogna essere rapidi (e flessibili) come in una versione dal greco, o dal latino: pronti a riconsiderare tutto, parola per parola. Cambia punto di vista, e la frase che prima non andava né avanti né indietro, improvvisamente, fila.

Ecco. Per fare questo, caro Ministero che decidi la forma della società di domani, serve una sola cosa: tempo. E possibilità di perdere tempo.
Perché è esattamente da tutte quelle discipline che non “servono” ad altro che a costruire la propria competenza di umanità che passa, questo percorso: non da crocette, non da precertificazioni, non da classifiche di questo sì e questo no, non da certificatori di certificatori (e poi: chi controlla i certificatori? perché, si sa, quando si comincia il giochino della verità infusa, il meccanismo del controllo è inevitabile…).

Il tempo.

E ancora il tempo.

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