La scuola: un atto politico.

Quando nella mia classe di adulti lavoratori leggiamo insieme Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello e alla fine gli chiedo: che ne pensate, e loro mi rispondono: che anche noi rischiamo di diventare così, e a volte siamo già così, sacripante guai finire così – io sto facendo un atto politico. 
Quando seleziono i titoli degli articoli da spedirgli in mailing list, perché ci pensino su prima di venire in classe (e i titoli sono, per esempio: “Muri del mondo” o “Perché la festa delle donne” o “Volevo solo vivere – Liliana Segre racconta”): io sto facendo un atto politico. 
Quando discutiamo de I fantasmi di Porto Palo; quando ogni singolo respiro si sente grattare nel silenzio tombale dell’aula alla fine del primo capitolo de L’ordine del giorno di Eric Vuillard; quando davanti al grafico dei risultati delle votazioni del ’46, alla voce “Partito dell’uomo qualunque” scoprono l’incredibile risultato del 5,3% dei voti, pari a trenta seggi trenta dentro il primo governo italiano dopo tutto il casino della guerra mondiale – ecco: io-loro stiamo facendo un atto politico. 
Quando nelle classi del mattino abbiamo fatto incontrare ai ragazzi: ispettori postali, profughi, carcerati, lavoratori, addetti alla sicurezza. Ecco: sono stati tutti atti politici.

Nel biliardo di voci che si stanno scatenando intorno al caso della sospensione dell’insegnante di Palermo (per inciso: se tutto parte da un messaggio spedito in rete da fonte non verificata, la cui autorevolezza va tutta provata, mi pare che abbiamo fatto il salto ben oltre la legge sui sospetti del tempo del Terrore), io una cosa, ora, non capisco.
La scuola è il primo luogo nel quale l’individuo impara a stare in un contesto sociale, capisce che non è unico e solo, si confronta con una struttura e dei limiti, impara ad avere un pensiero proprio dentro e nonostante e oltre struttura e limiti. È in classe che il bambino, e poi il ragazzo, e poi il giovane adulto, e il galeotto, e l’adulto pure, prendono coscienza dell’essere parte di quella che i greci chiamavano “polis” – una comunità.
Dunque non capisco tutto questo stracciarsi le vesti: guai appaiare scuola e politica, si legge di qua e di là.

Eppure.

Il compito della scuola è fare dei cittadini.

Per questo la scuola non fa politica, ma è politica: profondamente, strutturalmente.

E non è un caso che, proprio per questo motivo, da oltre vent’anni sia il fulcro di una costante e ostinata destrutturazione da parte di tutti i governi che si sono avvicendati.

Il lavoro di un insegnante è un lavoro politico: contro natura, poiché lo sforzo di apprendere è contro natura, faticoso come quando si ha a che fare con ciò che cambia, e mai finito – perché a uno studente io auguro sempre di non sentirsi mai arrivato e pago, forse perché io stessa non finirò mai di imparare.
Di più.
Il lavoro di un insegnante è profondamente pericoloso.
Dare ai cervelli coscienza e responsabilità di pensiero non è un mestiere che si possa fare con la mano sinistra, o da Marte: ci vuole tutto – mani, occhi, testa, cuore, fegato. E resistenza e santa pazienza.
Si fa perché si sceglie (altrimenti: si schiatta, o si viene schiattati). Si fa perché ci sono momenti impagabili.
Prendere su venti adulti, caricarli su un aereo, portarli a farsi venire da piangere davanti al Cristo Velato, per esempio – venti adulti che nella loro vita lottano tra muletti bancali stanghette di occhiali soluzioni fisiologiche partite doppie e contratti capestro da tre giorni in tre giorni – è qualcosa di impagabilmente organico all’essere parte di uno Stato. La scoperta della bellezza, dell’averne diritto, di poterne godere, e il pretenderla democraticamente anche per sé come per tutti è qualcosa di più di un atto politico.
È, in questo momento storico, profondamente eversivo.
Quando si legge: si taglia la storia, la storia dell’arte, l’italiano, il latino, il greco, è proprio a questo che sta mirando la doppietta. Al cuore di ognuno di noi, compresi quelli futuri.

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