Ama e sopravvivi. L’eredità dei vivi di Federica Sgaggio.

L’enormità della vita.
L’enormità del dolore.
La tenacia, la resistenza. La sopraffazione.
E poi, ancora, il combattimento.
L’impegno (fisico, corporeo, materiale) per la dignità, il riconoscimento, il senso comune.
I muscoli: quelli di una lingua levigata a suon di lima, mai indulgente, vivida. Una lingua capace di avvolgere, scavare, non consolatoria, a tratti sferzante, ironica di una ironia ribalda e non riducibile, antitetica rispetto a qualsiasi forma di moralismo.  

Se esistono libri che hanno la forza di spostare un po’ più in là il meridiano della letteratura italiana contemporanea, L’eredità dei vivi di Federica Sgaggio (pubblicato da Marsilio) appartiene a questa schiera.
Libri come La stiva e l’abisso, di Michele Mari. O Il nome della rosa. Testi che rompono, spingono oltre, osano andare lì dove altri no. Romanzi che, con forza goniometrica, fanno slittare i gradi della nostra percezione; e dopo i quali è inevitabile distinguere la vertigine della differenza. Libri come La scuola cattolica di Edoardo Albinati, per esempio; e come anche, sempre per stare in tempi recenti, Cartongesso di Francesco Maino.

Il fatto è che ci vuole una non indifferente dose di coraggio per puntare la propria attenzione nel cuore di una delle fratture più strutturali che fatalmente occorrono alla vita umana: quel momento, cioè, in cui la morte di una madre ci restituisce ai nostri giorni in una forma di distanza non rimediabile.  
Molta letteratura indaga, e a ragione, questo luogo di non ritorno.
Federica Sgaggio lo attraversa, ma si sceglie un punto di vista scentrato, adulto, non banale:

“Adesso che tu non ci sei il problema è stabilire quali sono i miei nuovi rapporti tra te e me”

Il cuore del libro, (ma bisognerebbe forse dire la molla di innesco che ne ha permesso la nascita non come diario, non come autofiction, bensì in qualità di romanzo), è proprio questo assunto: si parte da un compimento, ed è questa postura mentale che consente di comprendere, in prospettiva, tutto quello che è stato prima – il cambiamento, la crescita, lo scambio.

Lo sguardo de L’eredità dei vivi è un grado zero della parola vita, ovvero il momento in cui, restituita a sé da una fine senza abbandono, una figlia si scopre consapevole di essere in possesso di una nuova grammatica del sentire, a partire dalla quale può farsi esistere in una diversa identità:

“Il meglio di lei mia madre me lo sta dando dopo la sua morte. Il meglio di lei è la sua eredità.
Ogni mattina mi sveglio e penso a mia madre con un dolore senza lame. Mi fa dolcezza la sua anima, il suo cuore, la sua mente, ma la mia tenerezza va soprattutto al suo corpo, al luogo in cui tutto questo abitava.
La sua morte mi ha regalato più decisione nell’affermare il mio senso, che è il senso di tutti e allo stesso tempo un significato esclusivamente di mia proprietà: è il dove sono io, è il dove sono stata, è il perché il mondo mi riguarda, è il perché il dolore, è il perché la bellezza”.

Non è dunque una resa dei conti il luogo della narrazione di Federica Sgaggio: semmai lo spazio mentale che sta tra la linea che si traccia sotto gli addendi che sostanziano una intera esistenza e il momento in cui la penna inizia a concepirne, appena sotto, la cifra totale.

“Adesso penso che il ricordo sia l’emersione progressiva nel tempo di nuovi nessi, di nuovi sentieri: non invenzione, ma creazione. Creazione di senso”

Chi è, dunque, Rosa, centro nodale di tutto il romanzo (ma contemporaneamente anche paesaggio, orizzonte, basso continuo e mente giudicante), lo impariamo attraverso una sorta di narrazione bifocale, laddove l’occhio retrospettivo della figlia si trasforma in racconto per restituire il perimetro della vita di questa madre guerriera, cui la sorte avrebbe dato secondo vulgata ben pochi motivi di sorriso (il figlio reso disabile da un incidente subito dopo la nascita, la fine di un matrimonio, l’esclusione sociale, il precipizio delle finanze, le blatte della povertà) e che, invece, il sorriso se lo rivendica a morsi dalla vita in ogni quotidiana declinazione della possibilità.

Di pietà, di poverinità (per usare il lessico famigliare del romanzo) non ne vuole proprio, donna Rosa. Dignità, invece, al contrario, la pretende, e non transige: per il proprio figlio e per tutti i figli come il suo  che la possibilità di chiedere per sé, e di difendersi, non ce l’hanno proprio, in un tempo in cui la disabilità era una maledizione rimossa dallo sguardo pubblico. Rosa è cosciente che, se la dimensione collettiva rifiuta di guardare, è esattamente in quel cono d’ombra che i singoli possono regredire a una feroce assenza di senso e di misura, ciascuno lupo per l’altro.

Per quella dignità Rosa usa tutta la sua esistenza, e la va a chiedere ovunque, con tutte le sue forze di cittadina. Scrivendo, dettando alla figlia (che diventa il tappeto elastico su cui esercitare la dialettica, e che da quella stessa dialettica viene abitata e formata), entrando in contatto con Franco Basaglia da una parte e con una schiera di operatori sanitari dall’altra, discutendo al telefono da un capo all’altro della Penisola e partecipando ad assemblee, ragionando in pubblico sempre e in privato ancora.

Memorabile, davanti a un distributore di bevande all’interno dell’istituto a cui è stato affidato suo figlio, la frase che disarma la madre di un altro ragazzo, già pronta ad ingaggiare la sottintesa, strisciante, grottesca competizione di merito tra genitrici di disabili: «(…) secondo me l’unica differenza tra suo figlio e mio figlio è che suo figlio ha una mamma scema». C’è tutta la vicenda di una faticosa conquista di un ruolo sociale, dell’uscita dal silenzio, dell’abolizione delle scuole speciali, del senso della scuola come luogo di integrazione, dei servizi all’handicap nella storia di Rosa. 

Non è, questo, un romanzo di microstoria che entra a far parte del grande puzzle della macrostoria incastonato in ogni periodo (guerra mondiale, resistenza, boom economico, anni Settanta, berlusconismo, oggi) in particelle elementari: il movimento è opposto.

Leggendo L’eredità dei vivi capiamo al contrario la storia dei grandi eventi e del progresso dei diritti civili in Italia attraverso gli occhi di una vicenda personale e umana, attraverso i cambiamenti sociali e le ricadute esercitate dall’universale sul particolare: per questo, un po’ come ne Gli anni di Annie Ernaux, il suo valore sta anche nell’essere un documento civile.
In fondo la politica è un modo per proteggere i nostri amori, scrive Federica Sgaggio, restituendo il senso radicale a una parola che, praticata, troppo spesso dimentica il suo significato profondo di bene comune, di cura; una parola umana: perché umana è la narrazione, fieramente e ostinatamente antieroica.

E forse proprio per questo Rosa, la donna intransigente, padrona della consecutio temporum dei vestiti, la sarta delle impunture a mano, la resistente delle mille sigarette al giorno, accoglie e restituisce – nel suo distacco terreno, nel suo amore assoluto per la figlia, nel suo decidere l’andare – la percezione dell’esperienza di un universale, struggente, vivissimo mistero.

Davvero, per nostra fortuna, La morte non uccide le storie.

Questo articolo è uscito su Cultweek, qui.
Una intervista a Federica Sgaggio, fatta da me e da Valentina Berengo, si trova in Scrittori a domicilio, qui.

0 Comments
Previous Post