…e quello che è arrivato

Ventuno settimane dopo, più una di pausa natalizia, la stazione è infine arrivata.

Il macchinista è uno tosto: solo uno ostinato e limpido poteva permettersi di regalarmi un viaggio così. Tra nebbie, salite e scollinamenti, non si è mai fermato: ha scalato le marce, tutte quelle che c’erano a disposizione, ed è andato dritto alla fine.

(Grazie, Giulio. Altro non mi viene, nel senso proprio, più profondo e antico: gratiam agere).

 

Scendo. E guardo indietro, sui binari.

Qualche storia, almeno, va ricapitolata.

Del ritorno.

C’è un Amedeo, che ho visto soltanto una volta, e per il quale nutro una di quelle stime a distanza che sanno solo i contadini di montagna – tu guardi i pascoli dell’altro, dall’altra parte della valle, e dici: però, ben fatto. Non hai gambe quotidiane per andare a stringergli la mano: allora guardi, più forte, sperando che il tuo pensiero gli arrivi.

Ecco: Amedeo oggi fa il lavoro che facevo io, fino a cinque anni fa. Cioè: entra. E, dentro, ha iniziato a leggere “Quello che verrà”: ad altri Mirko, ad altri Steven, ad altri occhi.

Poi, Amedeo mi ha raccontato: della curiosità, del riconoscersi, del compartire.

Solo chi ha avuto il tempo della lettura in carcere sa cos’è quel momento in cui si è lì ma non si è più lì, in cui li prendi per mano e si va tutti fuori – e il fuori è un dentro che per tanto tempo si è dimenticato: la testa, l’essere altro, l’essere ancora.

Nella biblioteca sgangherata e minuscola di Baldenich, “Papillon” era, in assoluto, il best seller più gettonato. Da tanti che lo avevano sfogliato, faceva ormai il triplo di spessore.

Quando Amedeo mi ha scritto, sono rimasta a fissare la sua mail per un po’. E, poi, sono uscita nel freddo. Faceva freddo, come sempre. Ma io ero: grata.

 

Della carta.

I miei altoni non se lo sono letti al computer: uno si è scaricato tutti i capitoli, settimana per settimana. L’altro aspetta che la storia sia finita per farselo stampare. Quando riusciamo a vederci, buttano là un riferimento, da persone informate sui fatti. Cosa diranno, quando avranno letto?

Sarò vecchia quando non avrò più nessun pudore.

 

Della carta, ancora.

Mariarita, una mattina, mi precipita un link di pubblicazioni gratuite:

«Stampalo qua!!!»

Io penso a cosa potrebbe essere avere duemila copie in cantina (una cantina già occupata da tutti i fondali di Alberto, peraltro…). E, poi, che manco nella stufa di casa la carta va bene per accendere. Però. Però poi Graciela mi scrive: ma dove lo trovo, cartaceo? E una settimana prima Pina chiedeva la stessa cosa. Ci rifletto un attimo: effettivamente, da quando la pubblicazione in Vibrisse è iniziata, non c’è stata settimana che qualcuno non abbia chiesto della carta.

Il riassunto, di una Paola, che è stata sui banchi tante, tante lezioni fa:

«Sì, ma il libro VERO dove si trova?»

 

Della sorpresa.

Un lunedì pomeriggio, mentre rileggo un capitolo per tirare fuori il post di presentazione, mi scrive sul cellulare il personaggio del capitolo.

Matteo vuole tornare a scuola, prendersi le superiori.

Ho un momento di dissociazione.

(Lo avrò ancora di più, un paio di settimane dopo, incontrandolo: e sentendo cosa è successo dopo).

 

Della notte.

«Quindi: scrivi»

Stai per entrare in pista, alle prime tre note del tuo tango preferito, e la tua vicina di ventaglio, che ti guarda fissa come non ti avesse mai vista prima, spara la domanda. Resti lì fulminata, ed è come capire la prima volta.

Esiste una parte di te che va in giro oltre te, nonostante te. Hai o no letto “Parole private scritte in pubblico?”. Dunque: svegliati, bambina. E piantala con quella faccia: mica ti hanno preso con le mani nella marmellata. Sei tu. L’hai fatto, e devi assumertene la responsabilità. Ne riparleremo…

(pieghi in otto il tuo Super-io e balli il peggior Emancipaciòn della tua vita).

 

Del giorno. Ovviamente.

La collega di diritto scrive in bacheca: di questo dobbiamo parlare.

Tempo due settimane, e ti rendi conto che un’insegnante di italiano che scrive è una rarità quanto una tartaruga gigante.

Del resto. A farsi valutare dal sistema scolastico, valgono le patenti di computer, e i corsi a punti, ed, eventualmente, l’inglese certificato. Potresti essere Dan Brown; o anche aver riscritto l’intero vocabolario della Crusca: gliene fotte niente, non fa punteggio.

Quindi, è uno stupore pertinente, solitario George

 

Dei nomi.

Dietro ogni nome una vita. Federica, Maria Rosa, Morena, Nicoletta, Silvia, tutte le amiche e gli amici della Bottega di Narrazione, Matteo, Umberto, Carmen (di cui ricordo una portentosa lezione), Lucia, Carmelo (che poi sarebbe Ingrid), Deborah, Nicola, Franca, Ilaria… A tutti, grazie.

 

Delle chance.

L’ Editore Stellare si è fatto vivo subito, in realtà. Una mattina di domenica tra le più contratte della mia (minuscola) storia. Riportando in ballo tutto quello che, per altre cinque faticose volte, ero riuscita a domare: la speranza, il pensiero, l’angoscia, il confronto. L’attesa. La musata.

E: no.

L’Editore Stellare, questa volta, non ha motivato perché no.

Altri Editori Stellari avevano detto: bello, però troppa professoressa; oppure: bello, però troppo poca professoressa: se si innamorasse di qualcuno, per lo meno… oppure: una capacità di gestire i dialoghi notevole, ma l’argomento… (sì, lo confesso: per un pomeriggio, a vanvera, mi sono sentita la Reina de los dialogos perdidos).

Poi c’è stato uno di questi Editori Stellari che ha anche detto: non c’è dietro alcuna idea pedagogica.

Gli altri me li ero messi via, ma questo dell’idea pedagogica mi ha fatto proprio girare i barbagigi: ‘fanculo. Per forza non c’è idea pedagogica: che idea pedagogica vuoi che ci sia, in una scuola di adulti?

Poi, però, ho capito.

Certo che non c’è una idea pedagogica: non nei confronti di chi legge; non nei confronti della società.

“Quello che verrà” non è un libro che prende una posizione: è un libro per prendere posizione. Ognuno la sua.

Io, la mia, l’ho presa scegliendo. Raccontando.

Cercando di portare fuori quello che esiste; eccome, se esiste: e non più solo nelle aule dei Ctp, che oggi sono Cpia e affrontano l’ennesima destrutturazione ministeriale.

“Quello che verrà” esiste nel mondo che viene avanti, che abbiamo intorno, che fa parte della nostra vita di tutti i giorni. E che è difficile, ed è complesso: per il quale non bastano alcuna indignazione provvisoria, nessun clic facile.

A chi interessa, oggi, la storia di chi non sta dentro più facili paradigmi come migranti-barcone-naufragio-a casa loro-poregrami; oppure carcerati-hotel-coparli tutti-poregrami; o, ancora disoccupati-bocciati-ignoranti-poregrami?

Siamo sempre più complessi di quello che pensiamo. Tutti.

Averlo potuto sentire, è la migliore delle edizioni mondiali.

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