Caterina Bonvicini: Mediterraneo. Una questione di umanità.

Deve essere chiaro subito: non si esce da queste pagine uguali a come ci si è entrati. Così come accade quando ci si confronta con qualcosa che travalica la nostra capacità di immaginare.
Portarci lì dove non abbiamo cognizione di sostanza, ma solo figura, è il compito dei testi importanti. E quello che Caterina Bonvicini ha scritto per Einaudi, con un saggio e le fotografie di Valerio Nicolosi, è, in tutto e per tutto, un testo importante. Perché Mediterraneo – A bordo delle navi umanitarie si assume un compito faticosissimo: rompere un argine, colmare un vuoto cognitivo, dare sostanza a concetti e azioni. Portare più in là una conoscenza, insomma, con la pratica di una voce che è stata corpo tra corpi, e occhio (spalancato) davanti ad altri occhi (spalancati). 

Un rescue alla fine è questo: ci sono due mondi che si guardano, da una barca all’altra. E, guardandosi, si fanno tante domande. Sia di qua che di là. È qualcosa di molto vicino alla fantascienza, nelle prime ore. Intorno non c’è niente. Due gruppi di sconosciuti capitano uno di fronte all’altro, di colpo. E qual è la prima cosa che fanno? Si guardano. Con stupore, con paura, con speranza. Un rescue è uno scambio di sguardi da cui sorge una nuova prospettiva

Salvare vite umane. Salvare uomini e donne. Salvare bambini, neonati, ragazzine. Salvare individui: mondi, passioni, dolori, ricordi, fughe, intelligenze, affetti. 
E fare questo in mare.
Su barche a vela affittate. Su vecchi pescherecci riadattati – vite umane al posto di gamberetti. Esistenze che continueranno. 
Per cosa dovremmo definirci civiltà, se non per questo? 

Com’è, allora, che questo tema – quello del soccorso ai migranti nel Mediterraneo – non è il nostro orgoglio primario di uomini e donne, ma volentieri appare obnubilato da una cortina di frasi fatte pregiudiziali, di propagande malsane, di “preferirei di no”, di demotivazione empatica preventiva, di comune viltà? 
Quando sarete arrivati in fondo alle pagine di Mediterraneo avrete capito perché. 
Siamo, di fatto, analfabeti di fronte a ciò che accade nelle medesime acque in cui portiamo a bagno le nostre estati, da cui peschiamo quello che finisce nei nostri piatti, attraverso cui facciamo transitare enormi condomini galleggianti di lusso; di un genere speciale di analfabetismo: quello dis-funzionale. 

Lo scrive Luigi Zoja in un saggio illuminante fin dal titolo: La morte del prossimo (Einaudi).

Più che allo spreco delle risorse energetiche o dell’acqua, difficile è rimediare a quello della parola. (…) L’abuso della parola è un piano inclinato su cui l’Europa è scivolata lungo la storia. É possibile filtrare l’acqua contaminata negli ultimi anni, ma si può purificare il linguaggio degenerato nei secoli? 

Davanti a ciò che significa prendere il proprio corpo, spedirlo in mezzo al mare, costringerlo a confrontarsi con paure abnormi, raccogliere annegati, curare piaghe, consolare pianti, nutrire sorridendo, ascoltare anche in lingue sconosciute, decidere in stato di crisi estremo, rischiare in prima persona, accogliere sempre e ancora; ecco, di fronte a vite che hanno capito che esistere meglio significa alzare ancora di più la cifra complessiva di altre vite salvate (perché anche questo è un modo per fare personalmente i conti con il proprio destino di umanità): l’ignoranza è un peccato capitale.
Caterina Bonvicini, allora, fa questo: dà uno strumento di apprendimento. Un abbecedario per curare l’inabilità emotiva (com’è che ci siamo finiti dentro?). Un antidoto al non sapere.
Lo fa raccontando la sua esperienza diretta, e senza risparmio.

E allora si impara.
Cosa, si impara?
Le parole, per esempio. I termini tecnici, l’alfabeto dell’emergenza: rescue, soccorso; raft, zattera di salvataggio; target, obiettivo; body bag: sacco da cadavere. Standoff, punto cieco.
Subito, si impara; con la stessa urgenza di chi, in mezzo all’immensità di quel famoso alto mare aperto, si trova responsabile, di mano propria, di due cose che stanno terribilmente limitrofe: la vita e la morte, esistere e non più, continuare o essere finiti.
E in questa selva di gergo tecnico, di acronimi dietro ai quali si accrocchiano paesi interi e scelte politiche, resistenze individuali e sacche di umanità, in questo vocabolario emergenziale di inglese pragmatico e spiccio, una unica è la parola che l’italiano ha regalato. E quella parola è: respingimento.
Sempre la lingua è lo specchio del tempo che stiamo attraversando. In queste cinque sillabe, volendo o meno, c’è ognuno di noi.

Mediterraneo si può leggere come un manuale pratico di educazione civica. Civile nel più antico e profondo senso del termine. Per questo, insieme, è anche un corso accelerato contro l’ignavia.

Per raccontare il Mediterraneo – immenso, sterminato e vuoto, come ti appare durante una traversata – puoi solo aggrapparti ai dettagli. 
Una visione del problema dall’alto rende tutti troppo ragionevoli, o troppo irragionevoli. E questo ci fa perdere umanità. I dettagli invece destabilizzano, diventiamo più fragili e quindi più capaci di cogliere la fragilità degli altri. È il dettaglio che agisce davvero su di noi, e ci cambia.

I dettagli, allora.
Minuti e atroci, come l’odore del distress.
La stoffina ridicola dei gommoni comperati dagli scafisti per poche decine di euro in internet, su Alibaba.
Morire in dieci centimetri d’acqua mordendo le caviglie di chi sarà salvato perché è riuscito a rimanere in piedi.
La faccia di una chiamata la vecchia, che a malapena arriva ai trent’anni.
L’incubo del mare che diventa enorme quando bisogna scandagliarlo tirando gli occhi, con l’angoscia di arrivare troppo tardi.
Cosa vuol dire, davvero, guardia costiera libica.
Le ustioni sui piedi e sui corpi per la commistione di carburante e acqua di mare.
Cosa ha significato firmare il memorandum, e quale è la responsabilità che il governo italiano ha.
Le domande soffocate: chi è stato torturato ogni giorno alla stessa ora, si sveglierà ancora alla stessa ora? e in quel momento cosa penserà? cosa sentirà?
Ma anche: gli amori che nascono, le carezze, i sorrisi ritrovati, cantare, ballare, mandare notizie a casa (avercela fatta: essere ancora vivi), gli abbracci delle madri. Quella linea continua di euforia, silenzio inarrivabile, restituzione a sé, che sulle navi umanitarie riempie l’aria, i polmoni, i ponti, i minuti di un sollievo invisibile e spesso.

Sventurato il mare che ha bisogno di eroi (…). L’epica classica è piena di marinai, eroi e naviganti. L’epica moderna è l’opposto: è piena di eroi e naviganti loro malgrado, nessuno dei quali è marinaio. Gente che attraversa il Mediterraneo senza essere capace di accendere o spegnere un motore

E, ancora, scrive Caterina Bonvicini:

Salvi cento persone, altre cento invece ti sfuggono e le perdi – perché qualcuno o qualcosa ti blocca – cento vivono e cento muoiono. Ma chi ha voluto questo spaventoso gioco d’azzardo? Perché questa roulette russa? Il Mediterraneo non sceglie niente e nessuno, esiste e basta. Siamo noi a sceglierlo, non è lui a scegliere noi. E possiamo farlo perché abbiamo libertà di scelta. Loro non lo scelgono, lo attraversano e basta. Perché indietro non possono più tornare.

In questo andare c’è tutto quello che significa la necessità di sopravvivenza: abbandonare, partire, disperarsi, scommettere, rischiare, finire in lager innominabili, perdere tutto. Ma, soprattutto, desiderare; desiderare di continuare a esistere.
E questo non è per nulla un aspetto secondario di questo libro, che è un libro di vita. Di vite.
Anche di quelle che in mare si mettono per salvare.
Così Mediterraneo è, in qualche modo, anche un reportage, in presa diretta, dalla Storia: il racconto di come, in un momento di pericolosissima rivoluzione cartesiana del concetto di “prossimo”, qualcuno abbia deciso di perseguire (anche per noi) nella propria umanità.
Distrazione di massa contro scelta di responsabilità.
Qualcosa di enorme da raccontare. Qualcosa di enorme da vivere.

Che parola e vocabolo non coincidano più, è un tema su cui Caterina Bonvicini giustamente insiste.
Bisogna immaginare un manipolo di ragazzi e ragazze, giovani uomini e giovani donne, a bordo di uno sparuto numero di barche: cosa significa, per questi, condividere una vita scissa tra momenti estremi e quotidianità, vedersi letti sui giornali dalla lente stroboscopica del parlato (che è agito) politico, con la necessità di tenersi attaccati al desiderio di non perdere la propria coscienza, mentre sulla terraferma si ordisce una trama di decisioni e scelte di sconvolgente cinismo?

Conviene davvero leggerla, la breve storia della Sar contenuta nel saggio scritto da Valerio Nicolosi in coda al libro. La catena di cause ed effetti che ogni decisione politica ha causato è tutta lì, nuda. E poi conviene riguardare le foto scattate dallo stesso Nicolosi in questi anni di soccorsi: è per quei corpi che sono figli, genitori, fratelli e sorelle, che amano e sono amati, che sono amici, cari, parenti, che quelle decisioni sono state prese.

Ecco perché è necessario un libro come questo. Non c’è niente di formidabile come l’apprendimento per spostare la nostra consapevolezza nei confronti della vita e del mondo. E della Storia.

Non sai mai quando partirai, ma puoi stare sicuro di una cosa: da quel Mediterraneo non c’è ritorno. Per nessuno. Una missione Sar è il contrario di un’odissea: il nostos non è contemplato. Tornerà solo un pezzo di te, non sai quale. L’altro resterà per sempre là.

Questo articolo è apparso in Cultweek, qui

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