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Missiroli, Fedeltà. L’amore in un tempo poco eroico.

Che cos’è l’amore, nel tempo della disgregazione sociale? E come sta, l’amore, in un’epoca a strapiombo sulla crisi, nella quale ogni singolo respiro ha un costo (e dunque un prezzo)?

Oggi, che l’intero sistema dei valori, quando non ha direttamente capitolato, scricchiola, e ciò che resta si trova brutalmente assediato da nuove sacralità effimere (il corpo esibito al posto della bellezza, l’incompetenza rivendicata in vece del sapere, l’incoerenza spregiudicata e strategica in sostituzione dell’etica, per dirne solo alcune), non possono certo i legami più profondi pensare di non rimanere scalfiti dal tempo presente.

Così non è un caso che il nuovo libro di Marco Missiroli, Fedeltà, pubblicato da Einaudi, vada a pescare proprio in quel grumo di relazioni che è la famiglia, stanandone con freddezza contraddizioni, apparenze e, soprattutto, compromessi cruenti.

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Puig, la donna ragno e lo smottamento emotivo. Una rilettura.

Quando per primo un uomo dedicò del tempo a realizzare qualcosa di non immediatamente utile, si compì uno scatto di non ritorno per l’intera umanità.

In un mondo che possiamo supporre non certo più facile di quello di oggi, quel gesto – l’impressione delle proprie mani su una parete, la riproduzione della silhouette di un animale da affrontare nella caccia, levigare una forma in un pezzo di pietra – fu una rivoluzione grandiosa, epocale quanto la scoperta del fuoco, della coltivazione, e, più tardi, della scrittura: per la prima volta, l’essere umano stava sentendo l’esigenza di formare una immagine di sé, da lasciare “dopo” e verso la quale poter tornare a guardare.

Stava, cioè, iniziando a parlare alla propria anima – diventando umano.

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Il più cattivo dei cattivi. “Pedro Páramo” di Juan Rulfo

Quando Juan Rulfo acquistò per mille pesos la Remington Rand sulla quale avrebbe scritto il romanzo della sua vita era già stato orfano di un padre ucciso a fucilate, nipote di un nonno di otto dita (i pollici gli erano rimasti attaccati alle corde dalle quali i banditi lo avevano lasciato penzolare), bambino depresso in un orfanotrofio dalla disciplina ossessiva.

A trent’anni suonati aveva alle spalle una intima e solida confidenza con la precarietà della vita: l’infanzia se l’era giocata tra la polvere da sparo del Messico in rivolta (Cristeros contro esercito federale) e il fumo dei ceri nelle infinite veglie funebri per morti sparati, morti annegati, morti e basta che andavano costituendo la sua personale costellazione famigliare.

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Istruzioni per il mondo di oggi. Ovvero: nove motivi per cui “La scuola cattolica” è un libro importante. Anzi: fondativo.

Se almeno una volta in vita vi è capitato di aprire un giornale e non capire. Se ve lo siete chiesti, che ci fate, a girare pagina col caffè che si fredda in mano tra bagni di sangue e di lacrime, banche che saltano, miserie improvvise, donne stuprate sfregiate fatte a pezzi, bambini infilzati, preti macellati e preti di occhio vischioso, parole che abdicano dal loro significato e fuggono nelle periferie del senso, violenze esibite a fianco di immancabili tette culi e (poco) rock ’n’ roll. Ecco, se questa vertigine da scollamento l’avete anche solo sfiorata, siete pronti per “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati.

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