Browsing Category Le mie recensioni

Recensioni pubblicate qua e là

Chiusi in casa, ma per scelta. Manuel De Pedrolo: “Atto di violenza”.

E se chiudersi in casa, non agire, non reagire, fosse l’ultima possibile forma di resistenza a fronte di un potere che ragiona solo in termini di violenza, che non governa ma impone, che vezzeggia il privilegio e schiaccia gli uomini giovandosi della paura e della divisione sociale?
Se una semplice frase passata per bocca di casa in casa, scritta col gesso per le strade, verniciata sui muri, stampata su anonimi volantini, si trasformasse nel detonatore di una coscienza collettiva, chiamando ciascuno (anche i disillusi, i danneggiati e i riottosi) a dar prova di una scelta civile?

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Grazia Verasani racconta Ezio Bosso: “Non ho molto tempo”

Un’amicizia nata adulta: subito complessa, subito profonda.

A un anno di distanza dalla prematura scomparsa di Ezio Bosso – pianista, compositore e direttore d’orchestra – Grazia Verasani decide di fermare su carta il tempo del loro legame, e interrogare fino alle radici una stagione intensa di scambi, confronti, osmosi artistica, sfide, intimità intellettuali.
Esce così in questi giorni per Marsilio Non ho molto tempo, un memoir che si muove esattamente in quello spazio di condivisione che proprio alla radice guarda: a quel terreno sorgivo che è luogo comune tra l’amore e l’amicizia, fatto di sentimento e di patimento, di allontanamenti e di corrispondenza.

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L’amore è un varco. André Aciman, “L’ultima estate”

Continueremo a mancarci.
In due soli verbi, giustapposti e di contrarie direzioni, André Aciman evoca in tutta la sua sproporzione la dissonanza emotiva nella quale è il destino di ogni passione umana.

Struggimento e desiderio non nascono altro che da questa discrasia: l’impossibile coincidenza tra l’essere esposti ad un sentimento infinito nella finitudine del tempo che ci è dato.

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Chiamate dagherrotipo questa magia. Su “Di luce propria” di Raffaella Romagnolo

Guardare, osservare e vedere sono tre cose molto diverse. Lo sa bene Antonio Casagrande: orfano, bambino difettoso a rischio di perdizione, adottato in extremis, promosso sul campo ad aiuto fotografo nel tempo avventuroso della nascita della dagherrotipia, e protagonista del nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo, Di luce propria, pubblicato da Mondadori.

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Io: singolare, plurale, abitante. Su “Il libro delle case” di Andrea Bajani

Se è vero che ciò che siamo oggi, in questo preciso istante, non è che l’esito di tutti i precedenti istanti che abbiamo vissuto, altrettanto vero è che, nel nostro irriducibile divenire, ciò che di noi risulta nel momento presente non è solo l’effetto di una somma: è anche la conseguenza di quello che abbiamo lasciato indietro.
E ciò che è stato – di dimenticato, di abbandonato, di trascorso (volutamente o meno) – lavora in quelli che sono gli strati più profondi del nostro modo di percepire.

Questo è, essenzialmente, lo sguardo che ci induce Il libro delle case, ultimo romanzo di Andrea Bajani, pubblicato per Feltrinelli: una storia che è la storia di una vita, ma che è, contemporaneamente, la storia di tutte le vite. Fatta di relazioni, di legami, di naufragi, di cambiamenti, di una incessante traduzione di eventi in emozioni, di emozioni in percezioni, di percezioni in scelte e, tutto insieme, di memoria.

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Cosa vuol dire prendersi cura. Su “Adesso che sei qui” di Mariapia Veladiano

Di accoglienza, di umanità, di necessità di non dimenticare, di affidarsi, di continuare ad apprendere modi per essere vicini pur dentro a una enorme difficoltà. E, in sostanza: d’amore.
Direttamente proporzionale alla durezza del tema che tutto tiene è lo spettro delle riflessioni che scaturiscono dall’ultimo romanzo di Mariapia Veladiano, Adesso che sei qui, pubblicato da Guanda.

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Manuzio fecit. Per nostra fortuna. Parola di Marzo Magno.

Se oggi le storie possono seguirci per qualsiasi stanza della casa e in qualsiasi luogo della nostra vita.
Se possiamo prendere le misure del perimetro mentale di un libro andando a consultarne l’indice.
Se sappiamo esattamente a che punto stiamo, tra un prima e un dopo, semplicemente guardando la numerazione delle pagine.
Se, mentre seguiamo il testo, respiriamo insieme a lui attraverso punti, virgole, apostrofi.
Se, in traduzione, ci aiutiamo con l’originale a fronte, saltando in orizzontale tra i fogli appaiati.
Se, perfino, leggiamo in silenzio. E lo facciamo non solo e soltanto per studio o per compito, ma per il piacere stesso della storia, in un dialogo intimo tra ciò che sta scritto e noi stessi.

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Il mondo vivente e Giulio Mozzi

Esiste una verità degli oggetti che attraversa il tempo e crea precisi ancoraggi con ciò che abbiamo vissuto, che restituisce memoria di luoghi nei quali ci siamo fermati, di persone che abbiamo avuto sodali, di vicinanze che sono state, scelte fatte, suoni. Al di là, anche, di quella che può strettamente essere la loro funzione.

L’anima delle cose che ci circondano sta per larga parte nel nostro sguardo, ma vive nell’ordine che gli diamo, nella gerarchia delle affezioni di cui sono intrise e perfino nella collocazione con cui le infiliamo nei cassetti.

Così è che, mentre stanno disposti in una casa, gli stessi oggetti acquisiscono un senso (una luce, quasi), che cambia totalmente a incontrarli in un negozio o in un mercato: l’usura non appartiene soltanto allo stato di conservazione; sono le storie che li attraversano, e il nostro esserne coscienti, che costituisce un loro carattere, una invisibile sostanza – emotiva – provvisoria.

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Ama e sopravvivi. L’eredità dei vivi di Federica Sgaggio.

L’enormità della vita.
L’enormità del dolore.
La tenacia, la resistenza. La sopraffazione.
E poi, ancora, il combattimento.
L’impegno (fisico, corporeo, materiale) per la dignità, il riconoscimento, il senso comune.
I muscoli: quelli di una lingua levigata a suon di lima, mai indulgente, vivida. Una lingua capace di avvolgere, scavare, non consolatoria, a tratti sferzante, ironica di una ironia ribalda e non riducibile, antitetica rispetto a qualsiasi forma di moralismo.  

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