Posts Written By Michela Fregona

Quello che verrà: ora.

stavo per scendere dalla macchina quando ho visto il messaggio. stavo per scendere dalla macchina, cambiarmi le scarpe, entrare in una nuova notte, abbracciare gli amici, controllare la riga del rossetto, sperare in una buona musica e, finalmente, perdermi.

ma c’era il messaggio. e il messaggio diceva: puoi correre per tutte le notti che vuoi, il momento è arrivato.

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ed ora tocca a voi…

ed ora tocca a voi, ragazzi. Il momento é arrivato, per me, di lasciarvi andare.
Domani mattina vi vedró in fila di nuovo: sedervi, stirare i fogli, leggere i titoli, guardare per aria, piegarvi dentro ai vostri pensieri, inseguendo le parole (che verranno, ne sono sicura: e saranno giuste, semplicemente, per ciascuno di voi). Non abbiate paura: ce la farete.
Saró seduta davanti a voi, ma mentalmente saró al fianco di ognuno di voi: e avró davanti ventiquattro giovani eroi cretesi pronti a saltare il toro. Un rito é un rito, lo sapete bene: e questo é il vostro passaggio.

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la formazione dell’insegnante di lettere

Si chiamava Giuseppe Martini, e a usare il tempo passato faccio fatica, perché c’è ancora una parte di me che non vuole credere che sia successo quello che, poi, è successo.
La prima volta, era il 2002: rosso, di capelli e di faccia, gli occhiali montatura di metallo. Ho un ricordo di sole, fuori dalle finestre grandi della scuola: come sempre, in settembre. Noi, tutti, nell’aula. Mattina, pomeriggio; e poi, ancora, mattina, e pomeriggio. Venti solide ore.
E fuori il sole, a scaldare che faceva venire le malinconie da autunno in montagna – ecco, avevo pensato appena varcata la porta che, di lì a una decina di giorni, avrei infilato quotidianamente fino al luglio successivo, questo è un giorno da scappare in laguna, le ombre già si allungano e tu sei qui; altro che corso di formazione. La vergogna del pensiero era stata subito pari al senso di ribellione: mai stata brava a fare Lucignolo…
A un certo punto della lezione, lui si toglieva il maglione: arrotolava le maniche della camicia, spingeva gli occhiali indietro sul naso, con la nocca dell’indice, e, intanto, si stropicciava la bocca e il mento con la sinistra. Me lo ricordo così: fermo, in quella concentrazione.
Eravamo: impegnativi. In realtà, esistono pochi uditori più impegnativi di una classe di insegnanti.
E noi eravamo la periferia della periferia dell’insegnamento: eravamo il Ctp, Centro Territoriale Permanente per la formazione e l’educazione in età adulta. Una cosa nata, ministerialmente, cinque anni prima, sulla scorta di cinquant’anni di scuola e corsi per lavoratori. Il carcere di giorno, di sera l’aula multiplex: multilingua, multietà, multietnia, multiscolarizzazione, multimotivazione; multi-tutto.
Com’è che ero finita lì?
Lo avevo scelto. Ovvio.

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